Anteprima del libro sull’antica Cales del prof. Stanislao Femiano
CAPITOLO I
Inquadramento topografico
Nel tenimento comunale di Calvi Risorta, provincia di Caserta, nella Campania Nord-Occidentale, al Km 187 della S.S. Casilina, si conserva il toponimo Calvi Vecchia, (Punto 279618 della Tavoletta dell’I.G.M., scala I: 25.000 di Pignataro Maggiore IV S.E, del Foglio 172 della Carta d’Italia), ad indicare la superficie di un pianoro tufaceo rettangolare, di 64 ettari circa, delimitato sui lati da profondi fossati artificiali (1), sui cui cigli corrono un circuiti murari difensivi, con almeno quattro fasi riconoscibili (2) e che conserva nelle strade campestri gran parte dell’ impianto urbanistico dell’antica città di Cales (3) (Tav. I).
La città era situata alle porte settentrionali della Pianura Campana che da questa parte è delimitata dalle estreme propaggini del Monte Maggiore (m. 1037) che a Nord si allungano fino a Francolise ed a Sud a Triflisco dove il fiume Volturno sbocca in pianura.
Essa sorgeva in pianura su un’ampia striscia di terra, delimitata originariamente sui lati Est ed Ovest da due corsi d’acqua, ed incuneata tra i monti Calabrese ad Ovest ed il monte Calvento ad Est, i quali chiudono un’ ampia plaga accessibile agevolmente solo dal Valico di Torricella (110 m.s. l.m.) ad Ovest e da Cales a Sud (Tav. II). .Il luogo occupato dalla città a guardia di un importante valico che a Sud si apre verso la pianura, dove i fossati naturali di due rivi offrivano grande sicurezza, denota che alla base della scelta dell’ insediamento umano in questo sito vi furono preoccupazioni di carattere difensivo ed economico per il controllo della sola via naturale di transito che, attraverso la media valle del fiume Liri, del Sacco e del Tevere, metteva in comunicazione l’Etruria ed il Lazio con la Campania, e che in età romana fu ricalcata dalla Via Latina (4). È stato sostenuto che la Via Latina sarebbe stata costruita già nel 334 a.C., all’indomani della presa di CaIes (5). Sembra invece improbabile, dal momento che a quell’epoca Casinum, Aquinum e Teanum Sidicinum erano controllate dai Sanniti,
Tra la posizione di Cales e le falde dei monti di Teano, un altro sbarramento verso Nord-Ovest è costituito dalle estreme propaggini del Monte Maggiore, una linea di alte colline che sovrasta la città e che si estende verso Sud fino a Francolise. .È necessaria questa breve introduzione sul sistema orografico che chiude a Nord e ad Ovest la Pianura Campana, per individuare l’andamento delle vie naturali percorribili verso la valle del medio tiri a Nord Nord- Ovest e verso la pianura di Alife a Nord Nord-Est, e per vedere in che posizione di trovasse Cales rispetto a queste naturali vie di comunicazione. Verso Nord Nord-Ovest l’unica via naturale percorribile è quella che aggira da Nord il massiccio vulcanico di Roccamonfina e che continua at- c traverso la valle del medio Liri e la lunga valle del fiume Sacco fino a Labi-
co. Da Cales per inoltrarsi verso il Nord ed aggirare l’ampio arco delle falde dei monti di Roccamonfina, si deve superare la linea di alte colline che sovrasta la città.
Il percorso più breve e comodo è offerto dall’unica gola percorribile, il valico di Torricella a llO m.s. l.m..
Con più lungo e scomodo percorso la linea di alte colline che sbarra il passo verso Nord, può essere aggirata dalla parte di Francolise a Sud, risalendo poi la valle del Sapone fino a Torricella. Che questo tratto della valle del Savone a Nord di Francolise costituisce, fin da età arcaica, una importante via di transito verso l’interno, almeno per chi proveniva dalle falde del vitifero Massicco e dal mare, è dimostrato dalla presenza del ricchissimo santuario situato sulla riva destra del Savone in località Ruozzo (8 ) di fronte al ridente villaggio di Montanaro (9) (Frazione del Comune di Francolise). Invece, per chi da Nord scendeva verso Capua e l’ubertosa Pianura Campana, la via diretta passava per il Valico di Torricella e per Cales. L’importanza del Valico di Torricella come punto obbligato di transito sulla via interna tra Etruria e Campania, è provata dalla presenza al suo sbocco in pianura dalla forti posizioni occupata da Cales che presenta un’organizzazione di tipo urbano (lO) ed un circuito murario (11), potenziato da un sistema di grandi tagliate difensive (12), con una notevole anticipo rispetto agli altri centri della regione. Teanum (13) Suessa Aurunca Liv…………….. VIII, 15, 3-4), Ausona, Minturnae e Vescia (Liv. IX 25, 7), Rufrae (14), Trebula (15) ancora nella seconda metà del IV sec. a. C. e oltre, e tutti gli anonimi centri fortificati in area campano-sannita, nella successiva età Ellenistica (16), conoscono un’ organizzazione per oppida, cioè come centri egemoni fortificati che non posseggono caratteri urbani.
Attorno agli oppida, la popolazione viveva in pagi sparsi sul territorio (17.).
La città nata dal sinecismo di piccoli abitanti, come quello scoperto in località S. Casto Vecchio (18 ), per l’inurbamento provocato dai traffici etruschi, preferì, per controllare direttamente la via di transito (19) insediarsi in pianura difendendosi con un sistema di grandi tagliate artificiali (20), di chiara impronta ingegneristica etrusca (21), e non sull’alture circostanti che avrebbero offerto si una difesa maggiore, ma ostacolato la crescita in senso pienamente urbano caratterizzato dalla concentrazione delle attività artigianali e del sistema del servizi, e da un adeguato sviluppo viario ed edilizio.
Le comunicazioni verso l’interno, con la Pianura di Alife, separata dal- la Pianura Campania settentrionale dal massiccio di Monte Maggiore, potevano svolgersi attraverso la Piana di Pietramelara a Nord (22) ed attraverso la gola di Triflisco tra Cales e Capua seguendo il percorso del Volturno fino al valico di Caiazzo (23).
Note
1) Vedi il cap. 3.
2) Vedi nota precedente.
3) PAULY-WISSOWA, Realenzyclopadie, 111, 1987, coli. 1951 ss. (HULSEN).
4) QUILICI GIGLI, La valle del Sacco nel quadro delle comunicazioni tra l’Etruria e la Magna Grecia, in S.E., pp. 364 -367, 1970.
5) T. ASHBI, The roman campagna in Classical Times , p. 153.
6) G. COLONNA, Quali etruschi a Roma, in Gli etruschi e Roma, incontro di StUdi in onore di Massimo Pallottino, pp. 159, 1981.
7) QUILICI GIGLI, La valle del Sacco nel quadro delle comunicazione tra l’Etruria e la Magna Grecia, in S.E. pp. 364 -367, 1970; W. JOHANNOWSKI, Materiali di età arcaica dalla Campania, Napoli 1983.
8 ) F. ZEVI. in Atti del XXI Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1981, pp. 346 -352, Napoli 1982; p. 7.
9) W. JOHANNOWSKI, in S.E. pp. 36, 1976. A.A.V.V., Preistoria e Protostoria, in Stona della Campania, a cura di F. Barbagallo I, p. 44, Napoli 1978; W. JOHANNOWSKI, Materiali di età arcaica dalla Campania p. 289, nota n.13, Napoli 1983.
lO) Vedi il cap. XII; E. LEPORE, Gli ambienti preromani d’Italia meridionale, Cap. .Il, pp. 78 -79, Napoli 1967; W. JOHANNOWSKI, Materiali di età arcaica dalla Campania, pp. 293, 331, 334, Napoli 1983.
.Il) Vedi il cap. IV; W. JOHANNOWSKI, Relazione preliminare sugli scavi di Cale, -in Boll. d’Arte XLVI, pp. 258 -268, 1961.
12) Vedi i capp. XIX -XXVI. 13) Livio menziona, a proposito degli avvenimenti del 343 -341 a. C., (VII, 29- VIII, 1-5) e del 337 -334. uv. VIII, 15 -17) soltanto il popolo dei Sidicini e mai di Teanum Sidicinum. La prima menzione di Teanum Sidicinum è in Polibio III, 91 che costituisce la fonte di Livio per gli avvenimenti del 217 A., (Livio. XXII, 57; XXIII, 24). Col
quadro storico ricavabile dalle fonti non contrastano i dati archeologici dello sviluppo urbano di Teanum Sidicinum. Dunque all’epoca della Prima Guerra Sannitica, 343 -341, Teanum Sidicinum non esisteva ancora come città, anche se i Sidicini, giunti col rito del Ver Sacrum insediandosi tra gli Ausoni di Cales e gli Aurunci di Suessa erano già insediati in zona forse fin dall’ultimo quarto del VI sec. a.C., epoca cui risa- le il materiale più antico rinvenuto a Loreto uno dei Pagi preesistenti alla città.
14) PAULY- WISSOWA, Realenzyclopiidie n. 49 p.1200; W. JOHANNOWSKI. in Boll. d’Arte XLVI, 1963, p.33; Id: Materiali di età arcaica della Campania, 1983, P.
293.
15) w. JOHANNOWSKI, Materiali di età arcaIca dalla Campania, 1983, p. 334; C. .HALLER, Ricerche su alcuni centri fortificati in area campano-sannita p. 80.
16) C. H, Ricerche, p. 130; CAIAZZA, Archeologia e stona antica nel mandamento di Pietramelara e del Monte Maggiore, Pietramelara 1986. 17) W. JOHANNOWSKI, in Boll. d’Arte XLVIII, 1963, p. 33 ss.
18 ) W. JOHANNOWSKI, in Boll. d’Arte XLVI, 1961, pp. 258 -268
19) La Via Latina nella successiva età romana attraversava la città per gran parte della sua lunghezza, vedi Tav. XV
20) Vedi i capp. XIX -XXVI. 21) Vedi il cap. XIX. pitolo
Inquadramento storico: riesame delle fonti
Cales, che è detta da T. Livio (VIII, 16, I) città degli Ausoni, fece il suo ingresso nella storia quando fu presa dai romani nel 335 a.C. (Liv. VIII, 16).
Le fonti,(l) tranne Silio ltalico (Punica VIII, 514), considerano Cales come ausone.
Sulla fondazione della città conosciamo due leggende tramandateci da Festo (Ep. p.18 ) e da Silio Italico (Punica VIII, 514), secondo cui i fondatori sarebbero stati, da una parte Auson, dall’ altra Calai figlio di Borea ed Orizia.
I moderni (2) per indicare il popolo degli Ausoni, usano indifferentemente il nome Aurunci.
Infatti, la moderna indagine glottologica, le cui conclusioni sono corroborate anche dalle fonti di Dionisio d’Alicarnasso (I, 21, 3; VI, 32, 3) e da Servio, Ad Aen. (VII, 727) (isti -cioè gli Aurunci - graece Ausones nominantur), ha dimostrato che l’etnico Aurunci deriva dal più antico nome Ausoni, attraverso un mutamento che iniziò ad elaborarsi dalla fine del VI sec. a.C., quando i Volsci, che vennero ad incunearsi tra i Latini e gli altri popoli laziali a Nord e gli Ausoni a Sud, sovrapposero al suffisso ni dell’etnico Ausoni (3) il loro tipico suffisso ci, mutandolo in Ausonici.
Il fenomeno linguistico detto rotacismo, già presente nella parlata volsca, provocò il passaggio da s sorda ad s sonora ed infine ad r, trasformando l’etnico Ausonici in Auronici.
E. Lepore (4) ha fatto notare come in Dion. Hal. (I, 21, 3) sia presente questo stadio della trasformazione del nome Ausoni in Aurunci, essendo attestato nel passo l’etnico Auronissoi
Infine la sincope della i in Auronci e l’apofonia di o lunga dinanzi a nasale più gutturale, costituirono gli ultimi elementi di mutazione dell’etnico Ausoni (5).
È utile capire se il doppio nome di questo popolo indicasse anche diversità politica.
Si può rispondere affermativamente: infatti in Livio da una parte i Sidicini muovono guerra agli Aurunci di Suessa (Liv. VIII, 15), gli stessi che nel 345 a.C. (Liv. VII, 28 ) si erano spinti a compiere devastazioni in territorio romano, mentre dall’altra (Liv. VIII, 16) sono alleati degli Ausoni di Cales.
Questa differenza di identità politica dovette ricevere impulso dai traffici etruschi tra l’Etruria e la Campania, per effetto dei quali Cales andava assumendo carattere di cantone a sé rispetto al popolo degli Aurunci, al vecchio ceppo tribale (6).
La conquista di Cales da parte dei Romani si inserisce nel travagliato periodo successivo alla Prima Guerra Sannitica, tra Romani e Sanniti (343 -341 a. C.) e la Guerra Latina (340 -338 )cui presero parte Latini, Aurunci, Volsci, Sidicini (Fasti trionfali ad ano 340) contro Romani e Sanniti occasionalmente alleati.
Alla Guerra Latina prese parte anche i Cales a fianco dell’ ampia coalizione di popoli, anche se non sono citati dalle fonti (7). Infatti Cales, che occupava un’importante posizione nello scacchiere conteso (8 ), non poteva starsene a guardare, mantenendo la propria neutralità, mentre si decidevano le sorti della libertà di tanti popoli confinanti col suo territorio e che avevano fatto causa comune contro la politica espansionistica di romani e sanniti.
Dunque, non si potrebbero comprendere la cause che spinsero i romani ad impradronirsi della forte posizione di Cales (9), senza inquadrare il periodo storico che si estende dall’anno della stipula del trattato romano-sannita nel 354 a.C., allo scoppio della Seconda Guerra Sannitica
Per il 326 a.C.Livio (VII, 19,4) e Diodoro (XVI, 45, 8 ) ci infomano che i Romani e i Sanniti stipularono un trattato, rispettivamente nel 354 (cron. volg.) e nel 351-350 (anno arcontale). Diodoro si limita a dire semplicemente che il trattato venne concluso.
Livio afferma che i Sanniti, avendone fatta esplicita richiesta furono accolti in alleanza: foedere in societatem accepti.
Naturalmente dovette trattarsi di un patto tra uguali, costituendo quello che in seguito sarebbe stato denominato foedus aequum.
Ha trovato ampi consensi (lO) l’ipotesi (11) secondo cui il contenuto del trattato romano-sannita contemplasse una divisione di sfere di influenza, che teneva come linea di demarcazione il corso del medio Liri, sulle cui sponde occidentali i romani si erano attestati con la sottomissione degli Ernici, nel 360 (Liv. VII, Il, 8; VII, 12, 6; VII, 15, 9), la creazione della nuova tribù Poblilia nella valle del Fiume Sacco (l’antico Trerus) nel territorio tolto agli Anziani (Liv. VII, 12,’7) che avevano scosso il giogo approfittando delle incursioni dei Galli.
Anche i Sanniti, dal V sec. in poi, approfittando del vuoto lasciato dagli Etruschi che erano stati costretti a ritirarsi nell’ Etruria propria (524 a.C. battaglia di Aricia tra Etruschi e Latini sostenuti da contingenti romani guidati da Aristodemo; 474 a.C. battaglia navale di Cuma tra Etruschi e Cumani sostenuti da contingenti siracusani), si spinsero verso il medio Liri attirati dalle fertili terre, dai pascoli e dalle ricchezze minerarie dei monti della Meta, insediandosi nella forte posizione di Cominium.
Che il trattato romano-sannita del 354 A. C. contemplasse la spartizione di sfere di influenza nella zona del medio Limi, laddove il fiume costituiva la linea di demarcazione, è dimostrato dal fatto che negli anni successivi i Romani ed i Sanniti ottennero il controllo dei territori fino al fiume impadronendosi rispettivamente di Sorta, Satricum, Fabrateria, Luca, ed Interamma, Casinum, Arpinum, Fregelle e forse Aquinum (12).
La guerra tra i due giganti tuttavia scoppiò quando si trattò di decidere a ‘chi dei due dovesse spettare il controllo della Campania settentrionale, in cui, come vedremo (13), Calvi occupava una posizione strategica di importanza fondamentale.
Dice Livio (VII, 29, 2-3): “Namque eo anno, adversus Samnites, gentem opibus armisque validam, mota arma. Belli autem causa cum Samnitibus Romanis, cum societate amicitiaque iuncti essent, extrinsecus venit, on orta inter ipsos est.
E’ la Prima Guerra Sannitica (343-341 a. C.).
Secondo il racconto tradizionale, la guerra scoppiò a causa dei Sidicini di Teano che, attaccati dai Sanniti, chiesero aiuto ai Canlpani di Capua. Quando le forze canlpane intervennero, i Sanniti non curandosi più dei Sidicini, si volsero contro Capua occupando il monte Tifata che domi- na la città e sconfiggendone l’esercito. Fu allora che i Campani chiesero aiuto a Roma proclanlandosi deditictt (Liv. VII, 31, 4).
Roma invitò i Sanniti a desistere dagli attacchi ostili contro un popolo che le si era donato con tutti i suoi averi e che pertanto aveva ricevuto la cittadinanza romana.
I Sanniti respinsero l’ultimatum e le ostilità ebbero inizio.
Molti particolari rendono sospetto il racconto delle cause ed il resoconto dello svolgimento della guerra, al punto che alcuni moderni (14) sostengono çhe una Prima Guerraa Sannitica non fu mai combattuta. L’interessante problema storiografico è stato ampiamente dibattuto NOTA 15-16-17.
Quando si profilò una situazione di crisi in Campania settentrionale, i Romani intervennero prontamente al fianco dei Campani, con i quali fu stipulato un foedus, un trattato, come ci informa Livio, XXXI, 31, lO, attingendo a tradizione diversa da quella che mostrava i Campani come dediticii, Liv, VII, 31, 4, deformando la realtà storica.
Al termine della guerra, i Romani riconobbero ai Sanniti il diritto di attaccare i Sidicini, Liv. VIll, 1.8-9; VII, 2, 3, e di controllarne il territorio (18 ). I Sanniti presero il controllo dello scacchiere compreso tra il Liri e Teanum Sidicinum, una zona importante per il controllo delle comunicazioni verso Sud, e dalla Campania settentrionale verso l’ entroterra sannitico.
È molto probabile che l’intervento sannita su Teanum, che provocò l’intervento dei Romani e la guerra, costituì una risposta ai Romani stessi che due anni prima, nel 345, a. C. , Liv. VII, 28, 1 e ss, non avevano esitato ad attaccare gli Aurunci, fin oltre il confine del basso Liri, ottenendo il controllo di un ampio territorio appena a ridosso della Campania settentrionale.
I Romani erano interessati al controllo del territorio aurunco. Infatti, alla fine della Guerra Latina (340-338 a, C,), gli Aurunci furono accolti come dediticii dal console Manlio, Liv. VII, 15, 2.
I Romani ed i Sanniti, come avevano stabilito, col trattato del 354 a. C. , di dividersi la regione del medio Liri, così ora, alla fine della Prima Guerra Sannitica, stabilirono di annettere alle rispettive sfere d’influenza gli Aurunci e i Sidicini.
I Campani erano legati a Roma da un trattato, Liv, XXXI, 31, lO.
Il patto tra Romani e Sanniti di attrarre nelle rispettive sfere di influenza gli Aurunci ed i Campani da una parte e i Sidicini dall’ altra, spinse gli Ausoni di Cales e gli Aurunci di Sessa e i Sidicini di Teano a coalizzarsi con Volsci ed ai Latini, ed a fare causa comune contro Roma,Liv. VIII, 2, 6-8, nella Guerra Latina (340-338 ) (19). Il conflitto vide i Romani ed i Sanniti alleati per fronteggiare il pericolo comune.
La guerra si risolse con la piena sconfitta della coalizione latino-campana-aurunco-volsco-sidicina.
“Anno (338 a. C.) insigni victoria de tot ac tam potentibu spopulis” (Liv. VIII, 12, 4).
I Fasti Trionfali, per l’anno 340 a. C. riportano il trionfo del console T.Manlio Torquato: “de Latineis, Campaneis, Sidicineis, Aurunceis “.
Dopo la vittoria Romano-Sannita e la sottomissione a Roma degli Aurunci, Liv. VIII, 15,2, e dei Campani, Liv. VIII, Il, 12, 13, la situazione politico-militare nella Campania settentrionale dovette mantenersi fluida. I Sidicini, non ancora soggiogati dai Sanniti , Liv. VIII, 1, 8-9; VII, 2, 3, o forse gravitanti nella loro sfera di influenza, ma col diritto di muovere guerra, attaccarono gli Aurunci, nel 337 a. C., Liv. VIII, 15, gravitanti nell’orbita romana, Liv. VIII, 15, 2, e si allearono con gli Ausoni di Cales, Liv. VIII, 16,2.
I Sidicini, pur senza perdere il diritto di muovere guerra, erano controllati dai Sanniti. Quando i Romani, nel 335 a. C., dopo la presa di Cales, si spinsero fino a Teanum, Liv. VII, 16, 11-12; VIII, 17, 1, i Sanniti avviarono preparativi di guerra contro i Romani, Liv: VIII, 17, 2,. A causa del grave pericolo, il Senato nominò dittatore P. Comelio Rufino, Liv. VIII, 17,3.
Teanum gravitava nell’orbita sannita. Cales, allendosi militarmente ai Sidicini, contro i Romani, Liv. VIII, 16,2-3, si decise per una posizione filosannita, nel contesto degli schieramenti per il controllo della Campania settentrionale.
Nel 335 a. C., i Romani, con azioni improvvisa, si impadronirono di Cales, Liv. VIII, 16, in modo da bilanciare il controllo sannita su Teanum. La presa di Cales, assieme all’attacco romano contro i Sidicini, Liv. VIII, 16, 12; VIII, 17, 1 e ss., mise in fermento i Sanniti. Il momento fu scelto con cua. I nemici, infatti, avevano un altro fronte militare aperto in in Lucania, contro Alessandro il Molosso.
Roma si impossessava, così, di una posizione chiave nella Campania settentrionale, tra Suessa e Capua, controllate dai Romani, in quanto consentiva di aggirare da Sud il territorio Sidicino.
L’anno successivo la conquista, nel 334 a. C. ,a Cales fu dedotta una Colonia di diritto latino, di 2500 uomini, Liv. VIII, 16, 13-14; Velleio Patercolo l, 14.
Nel 321, durante la Seconda Guerra Sannitica (326-304 a. C.), i Romani subirono la grave disfatta delle Forche Caudine. I Sanniti, oltre ad imporre il ripristino del foedus aequum, del 354, imposero anche l’abbandono delle piazzeforti di Fregellae e Cales, occupate nel 316 e nel 335 a. C.. (20).
Roma riprese Cales dopo la seconda battaglia di Lautulae, del 315 a. C., Liv. IX, 23. Riferisce T. Livio IX, 25, 1-3-9, che i Romani, nel 314 a. C.: “Consules ad Sora profecti, in agros atque urbes Ausonum bellum intulerunt. Ceterum Ausonum gens, proditione urbium, sicut Sora, in potestatem venit. Deletaque Ausonum gens “,. Trad. ” I consoli, giunti a Sora, portarono la guerra nei territori e nelle città degli Ausoni. Gli Musoni, per tradimento delle città, come a Sora, furono sottomessi. La gente ausone fu distrutta”.
Nel 296, durante la Terza Guerra Sannitica, i Sanniti devastarono il territorio di Cales, Liv. X, 20. Tacito, Annales, VI, 27, riferisce che Cales fu sede della Questura Navale.
Nel 217 e nel 211 a. C., durante la Seconda Guerra Punica, Annibale devastò l’agro caleno, Liv. XXII, 13. Presso Cales (22) si combattè la celebre battaglia in cui Annible, per sfondare il blocco romano, nell’inverno del 217-216 a. C., adoperò i tori con le fascine accese sulle corna.
Nel 211, durante la Seconda Guerra Punica, venticinque senatori campani furono deportati a Cales, e decapitati, Liv. XXVI 14. Valerio Massimo, (Factorum et dictorum memorabilium 111, 8 ).
Nel 209 Cales, assieme ad altre undici colonie romane di diritto latino, si rifiutò di continuare a fornire gli eserciti romani di uomini, mezzi e denaro, Liv. XXVII, 9. Dopo sei anni, nel 201 a. C., Roma riprese il controllo delle dodici colonie ribelli e le punì duramente, Liv.XXIX, 15.
Dopo la Guerra Sociale (83-81 a. C.), quando Silla avviò un vasto riordino ammnistrativo della Repubblica, Cales fu innalzata da Colonia al rango di Municipio.
Cicerone, De lege agrum II, 7,6; Ad familiares IX, 13, 3) menziona più volte il Municipio di Cales.
Molti autori antichi citano Cales, decantandone i pregiati vini, le acque minerali e l’artigianato: Strabone, Geografia V, 237-249; Silio Italico, Punica XII, 521 e ss; Valerio Massimo, De Miraculis 1, 8, 18; Polibio, Storie III, 91; Appiano, Storia di Roma -La Guerra Civile -1,84; Aulo Gellio, Notti Attiche X, 3, 3; Frontino, De acquaeductu urbis Romae; PÌinio, Naturalis Historia 111, 60; 1, 320; XIV, 65; Orazio, Satire 1,6,118; Il, 3, 1-4; Odi 1, 20, 9; 1,31,9; IV, 12, 14; Giovenale, Satire 1, 69; Vitruvio, De Architectura VIII, 3; Catone, De Agncultura 135; Ateneo, Detpnosofisti 1,27
Note
1) Cales, in PaulY-Wissowa, Realenziclopadie 111, 1897, 1951 ss. (Hulsen).
2) PAREn,Stona di Roma; SALMON, Il Sannio e i Sanniti.
3) G. DEVÒTO, Gliantichiitalici, 1931;Id. s.e 20,1949, p. 157. Secondo l’autore l’etnico Ausoni deriverebbe dal tema mediterraneo AUSA, cioè la fonte. Gli Ausoni dunque rappresenterebbero gli u6mini delle fonti, delle sorgenti.
4) Gli ambienti preromani d’Italia meridionale, cap. II, Gli Ausoni e il più antico polamento della Campania p. 77, Napoli 1967.
5) E. LEPORE, Gli Ausoni e il più antico popolamento della Campania, in Gli ambientipreromani d’Italia menaionale, Napoli 1967.
6) E. LEPORE, op. cito p.78.
7) Le fonti principali sul conflitto sono: Papiri di Ossirinco I, 12, p.27, col. 111; Livio VIII, 3, 14; Valerio Massimo I, 7, 3; VI, 4, 1; De viris illustribus 26, 4; 28, 4. 8 ) Vedi il cap. 2.
9) Vedi i capp. 2 e 4.
lO) M. SORDI, L’alleanza del 354 vulg. tra Romani_e Sanniti p.19. Il) IISannio e i S’anniti, p. 206. 12) SALMON, op. cito p. 207. 13) Vedi Il cap. 2.
14) ADCOCK, The Cambrige Ancient Histo!J, Canl bridge , 1929 p. 589; KORNE- MANN, Rom. Gesch. Die ZeitderRepubl,R.,Struttgart 1954, p. 113. 15) Sulla PnOma GuefTa Sannitica, in MIscellanea, p. 291 e ss.. 16) Art. cito vedi nota n. 2. 17) Op. cit..
18 ) Le opinioni degli studiosi a riguardo sono divergenti: SALMON, op. cito p.212, ri- tiene che alla fine della Prima GuefTa Sannitica, i Romani: ..St’ d,mostrarono indIfferen- ti alla sorte dei S,aicini. Dopotutto i Romani non avevano esitato ad attaccare gli Au- runci, nel corso dela loro espansione sulla n.va sinistra (del Liri), e quindi non c’era ap- parentemente motivo per cui i Sanniti non dovessero fare altrettanto coi Sidicini ampliando la loro zona di influenza stila n.va sinistra del fiume”. Invece secondo M.L. SCEVOLA, art. cito p. 296, “Inserita dalla recente stonografia : sembra invece la concessione dei Romani ai Sannlti di aggredire i Sidicini e quindi dt. 1 realizzare un’espansione territoriale in Campana”.
Infine l’opinione di M. Sordi, che secondo il nostro mod~sto giudizio cogli e nel segno ~ la sostanza storica della conclusione del conflitto, diverge dianletralmente dalle conclu- ( ~ sioni degli studiosi citati precedentemente. ..In base a questa pace (conclusa alla fine ~ della guerra) infatti i Romani rinunciavano alla difesa dei Sidicini, per i quali essi erano , entrati in queITa contro i Sanniti (Liv. VIII, 2, 3).
Come si è già detto, questa notizia non può essere stata inventata dalla tradizione roma- t na: le condizioni riferite da Livio rivelano infitti una sconfitta, non una vittona romana. , art. cito p. 34.
19) Vedi nota n. 8.
20) Storia di Roma II, p. 166. J.. 21) Art. cito p. 35 e nota n.32.
22) PAREll, Storia di Roma II, p. 324. Capitolo IV
CAPITOLO II
Il perimetro cittadino e le fasi della cinta muraria
Il perimetro della città è di forma rettangolare allungata, con l’asse maggiore rivolto a Nord Est-Sud Ovest, e misura 1600 metri per 400, per un totale di 64 ettari, in leggerissima pendenza verso la pianura; il dislivello tra l’arce a Nord ed il Ponte delle Monache a Sud è di circa 30 metri, La città è delimitata dal territorio circostante da larghi fossati che incidono profondanlente il banco tufaceo della regione.
L’ampio fossato ad Est, scavato dalle acque del Rio dei Lanzi, ebbe l’alta parete tufacea di destra, che corrisponde ad un lato della città, resa a picco artificialmente, come mostrano i fitti colpi di piccone e la perpendicolarità stessa, per impedirne la scalata.
Il profondo fossato sul lato Ovest fu scavato artificialmente, come mostrano i segni del piccone sulle pareti verticali, secondo un calcolato piano di sistemazione del territorio, che illustreremo nei capitoli successivi.
Sul lato Sud, il pianoro su cui sorgeva la città è delimitato da un vasto fossato scavalcato dal Ponte delle Monache. Il ponte, che non presenta strutture in muratura, è costituito da un diafranmla naturale di tufo risparmiato tra due cave e traforato alla base per il passaggiodel Rio Pezzasecca.
Il fossato meridionale, attraversato da un diaframma naturale di tufo,costituisce una vasta tagliata artificiale.
Il vasto sistema dei fossati naturali regolarizzati e delle tagliate artificiali che cingono la città, fu rafforzato da un circuito di mura in opus quadratum, il cui tracciato, sui lati Nord e Sud, segue il ciglio dei fossati. Su buona parte del lato Ovest e Sud segue il ciglio di una terrazza artificiale arretrata rispetto alla profonda canalizzazione ed alla tagliata artificiale in cui scorre il Rio Pezzasecca.
Sulle mura in opus quadratumsi innestò la cortina in opus quasi-reticulatum che può essere messa in relazione con la Guerra Civile oppure con la Guerra Servile.
Strutture in opus incertum con grossi caementa spigolosi, dell’ultimo venticinquennio del II sec. a. C., che si trovano a breve distanza dal Ponte delle Monache, appartengono alle mura urbiche.
In età medievale, quando la città si contrasse sull’arce, le mura furono rialzate almeno sul lato Ovest. Qui conservano per una notevole altezza, riutilizzando i blocchi dell’ antica cortina. Sugli altri lati dell’arce non c’erano mura. Le altissime pareti verticali dei burroni assicuravano da sole la difesa. All’ultima fase delle mura dell’arce, risale un breve tratto sulla porta da cui si accedeva alla città attraverso due rampe scavate nella parete tufacea del lato settentrionale.
MURA IN OPUS QUADRATUM
Sul settore meridionale del lato Ovest, sul ciglio della terrazza superio- re che sporge sul canale artificiale del Rio Pezzasecca si conserva, fino all’angolo col lato Sud, un lungo muro in opus quadratum.
Sul settore centrale del lato Est, grandi ortostati,disposti su tre assise.
Poco più a Sud del tratto di muro descritto, affiora dalla china terrosa un breve segmento della conina in OptlS qtladrattlm.
I blocchi, rispetto a quelli descritti nella scheda precedente, sono di di- mensioni minori e sembrano squadrati con cura, e di misure costanti.
La posa in opera dei blocchi è molto curata con la disposizione a diatoni ed ortostati alternati.
Sistema isodomico con giunti sinmletrici e linee orizzontali rette. Dalla siepe affiorano tracce di contraffoni.
Scheda I, d (Tav. XV).
Nel novembre 1983, a cura della Soprintendenza Archeologica per le province di Napoli e Caserta, si scavò in località Ponte delle Monache, un notevole tratto di muro di cinta in OptlS qtladrattlmconservatosi per l’al- tezza di due assise (Tav. Il).
Sistema isodomico a giunti verticali asinmlerici e linee orizzontali ondulate.
La cortina è interrotta da una posterula, di cui si conserva la soglia in lastre di laterizio ed i blocchi laterali con le borchie di ferro per l’allogia- 1 mento dei cardini di un ponone (Foto n.4) 1
Tale ingresso che, per la maldestra giustapposizione dei blocchi di cal
Ad una terza fase può riferirsi la cortina sul settore settentrionale del lato Ovest, con blocchi squadrati di misure costanti in altezza e variabili in lunghezza.
Alla quarta fase sono da attribuire i segmenti delle mura a doppia cortina e contrafforti interni sui settori centro-meridionale e meridionale del lato Est.
In mancanza di riscontri oggettivi forniti dall’archeologia, la cronologia assoluta delle fasi delle mura è di difficile definizione.
Tuttavia ci apprestianlo a discutere i pochi dati in nostro possesso. Sotto l’ assisa di fondazione della cortina sul settore centrale del lato Ovest si rinvennero (5) dei franmlenti ceranlici di impasto rossastro non posteriori al V sec.a.C.. A seguito di uno sbancamento che ha riportato alla luce un lungo tratto della cortina sul settore centrale del lato Est, sotto l’assisa di fondazione ho -raccolto analoghi franmlenti di ceranlica di impasto a superficie rossa lustrata.
Su uno dei blocchi dell’antica cortina, riutilizzati in età medievale per edificare le massicce mura sul settore settentrionale del lato Ovest del pe- rinletro cittadino, si conserva un segno a foffila di K capovolto, uguale ad uno dei segni incisi sulle mura sannitiche di Pompei dell ‘ultimo venticinquennio del V sec. a.C. (6). Sotto l’ assisa di fondazione del segmento di mura a doppia cortina, scheda I, d, si rinvennero numerosi franmlenti di ceranlica a vernice nera databili alla seconda metà del IV sec. a.C..A confermare questa datazio- ne del segmento delle mura a doppia cortina e contrafforti interni, vale inoltre l’osservazione che il cavo di fondazione tagliò un solido battuto di calpestio ricco di franmlenti di ceranlica d’impasto rossiccio ed arancione, in cui era assente la ceranlica a vernice nera.
Dunque in base ai dati citati, possianlo concludere, beninteso a mò di ipotesi, che le fasi 1, 2, 3, possono essere collocate nell’anlbito del V sec. a.C., mentre la fase 4, con maggiore sicurezza, scende al IV secolo inoltrato.
Scheda II (Tav. XV)
Sul lato Sud della città, a breve distanza dal Ponte delle Monache, sul ciglio superiore della terrazza, si conserva per una buona altezza un breve tratto di muro.
Nonèchiarosequestastrutturainopusincertumagrossicaementacaementa spigolosi, che può essere datata alla seconda metà del II sec. a.C., appartenesse ad una cortina muraria di rinforzo su questo lato del perimetro cittadino indebolito dalla presenza del ponte stabile.
Scheda ill, a (Tav. XV)
A ridosso dell’anfiteatro, sulla destra di una probabile porta urbica, di cui resta un ripido clivo, si conserva sull’alta parete tufacea un grande tratto delle mura in opus quasi-reticulatum.
Scheda ill, b (Tav. XV)
Un altro lungo spezzone della cortina in opus quasi-reticulatum, si conserva per una ragguardevole altezza sulla sinistra della porta S. da cui usciva la Via Latina, assecondando la curvatura di uno sperone tufaceo e prolungandosi di poco verso Nord lungo il lato Est del perimetro cittadino (Foto n.6).
La tecnica edilizia dei due spezzoni scheda III, a, e scheda III, b, è identica.
La muratura è a fasce alte 50 cm. rientranti verso l’alto le une sulle altre.
Sugli angoli determinati dalle rientranze e dalle sporgenze del muro che asseconda il profilo naturale della parete di tufo su cui poggia, l’opus quasi-reticulatum ha le anilllorsature in tufelli rettangolari perfettanlente squadrati.
Scheda IV (Tav. XV)
Sul settore settentrionale del lato Ovest, corrispondente ad un lato dell’arce, quando la città ivi si contrasse in età medievale, le mura furono rialzate riutilizzando i blocchi dell’antica cortina in opus quadratum e poggiandole sulle fon~anlenta di questa, di cui spiccano per un buon tratto due filari a secco di blocchi ancora in situ. ‘-. La muratura, che ha il corpo interno in concrezione cementi zia con malta molto povera, ha il paranlento esternQ in opera pseudoisodomica con blocchi legati con abbondante malta di dimensioni variabili e minori di quelli antichi ancora visibili alla base.
Verso Sud le mura medievali si innestano ad un torrione a pianta quadrata di m.6 per 5, con mura spessecm.70aparanlentoesternoinoperapoligonale a grossi blocchi di basalto e calcare, legati con solida malta ce- mentizia ed intramezzati da laterizi riutilizzati.
Il torrione, per la parete Est, riutilizzò un antico muro in opera quadra- ta ancora oggi in piedi e che abbiamo descritto nella scheda I, e.
Scheda V (Tav. XV)
Allo sbocco di una posterula scavata a due rampe nell’ alta parete tufa- cea alle spalle della cattedrale romanica, si conserva un muro edificato con blocchi rettangolari di tufo pertinente alla cortina muraria di età me- dievale.
Note
1) Vedi i capitoli 18 -25. 2) Vedi nota n.l.
3) W. jOHANNOWSKI, Relazione preliminare sugli scavi di Cales, in Boll. d’Arte XLVI, 1961, pp. 258 -268.
4) LUGli, La tecnica edilizia romana, p.192, Roma 1957. 5) Vedi nota n.3.
6) LUGLI, La tecnica edilizia romanà, p. 203, Roma 1957; A. MAIURI, Studi e ricer- che sulle fortificazioni di Pompei, in Mon: Ant. dei Lincei, XXXIII, 1930; A. MAIURI, in Not. Scavi, p. 232 e 55., 1939. 30