Una introduzione a Cales ed al suo territorio
L’immagine del passato si rinnova nella nostra memoria, quando ritroviamo le tracce dei nostri antenati vissuti in tempi lontani.
I resti materiali delle antiche civiltà riportati alla luce dalla ricerca archeologica, offrono, nel loro eloquente silenzio, la conoscenza degli uomini che li produssero, la loro vita, la morte, l’organizzazione sociale e territoriale e tutti gli aspetti della civiltà di cui non ci riferiscono le fonti scritte sopravvissute alla caduta del Mondo Antico.
L’Italia, salvo le eccezioni costituite dai pochi testi scritti su pietra e tavole bronzee, non conobbe l’uso delle tavolette iscritte d’argilla, come nei palazzi statali di area mesopotamica, minoica e micenea, che riferiscono dell’amministrazione delle merci, di accordi politici, di leggi, trattati, miti religiosi, testi poetici.
La nostra capacità di ricostruire il passato di una città antica come Cales, di cui poco ci informano le fonti scritte antiche, dipende dalla possibilità di interrogare i testi epigrafici parlanti, le strutture urbanistiche e architettoniche sopravvissute al travaglio dei secoli e dalla disponibilità degli oggetti muti adoperati nella vita quotidiana, per la vita come per la morte e i culti religiosi, che riflettono la mentalità e la cultura di chi li produsse ed adoperò.
La ricerca a Cales e l’esplorazione del territorio degli Ausoni, tra Volturno e i Monti Aurunci, dopo i capitoli introduttivi di inquadramento generale dei temi e problemi della protostoria e dell’Età del Bronzo e del Ferro, necessari per una agevole divulgazione scientifica presso il gran pubblico di lettori, propone l’analisi delle evidenze archeologiche restituite dal territorio e il tentativo di una sintesi sistematica della dinamica storica e contestualizzazione dello scenario etnico e culturale della Campania protostorica, preromana, romana, tardo imperiale, alto medievale.
La Campania antica conobbe, tra la fine dell’Età del Bronzo e l’Età del Ferro, importanti trasformazioni nella organizzazione del territorio, in conseguenza dell’incontro tra indigeni Ausoni e Opici con gli Etruschi in cerca di suoli agricoli e con i Greci in cerca di metalli e aree di colonizzazione per il popolamento in eccesso che le risorse del suolo greco non riusciva a nutrire.
Le scoperte archeologiche avvenute a Cales e nel territorio circostante, frutto di ricerche scientifiche e ritrovamenti casuali, mostrano che sulla Campania settentrionale, ben collegata da vie naturali con Lazio, Etruria, area medio adriatica, mare Tirreno, convergevano vivaci fermenti culturali e forti pressioni etniche esterne.
Le esplorazioni di un territorio in gran parte ancora ignoto e i materiali archeologici sopravvissuti, mostrano che l’area era aperta a molteplici relazioni esterne che portarono alla trasformazione di gruppi umani dalla semplice struttura sociale a società complesse e organizzate, capaci di modificare profondamente l’ambiente naturale del territorio.
Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, grazie ad una sapiente organizzazione del territorio; la disponibilità di selvaggina, legname e ferro dalle colline circostanti, produssero le eccedenze di produzione che agiscono come motori per lo sviluppo delle relazioni esterne, con gli scambi commerciali in entrata e in uscita e lo sviluppo di raffinate attività artigianali.
Le coppe geometriche greche, le anfore vinarie etrusche, i balsamari protocorinzi, la ceramica attica rinvenuta nelle sepolture, i bronzi di tradizione etrusca, documentano che la Campania settentrionale, al pari della Campania costiera ellenizzata e della Campania interna etruschizzata, del Lazio e dell’Etruria, ebbe la capacità economica, la sensibilità culturale e l’organizzazione sociale per acquisire merci prestigiose e produrne di proprie per l’esportazione.
I dati presentati rivelano il ruolo dell’area nello sviluppo della Campania e mostrano che ricerche sistematiche nel tessuto urbano delle città antiche, nelle loro necropoli, nei santuari e sul territorio circostante, offriranno contesti archeologici ampi e omogenei, tali da migliorarne la ricostruzione della storia nei suoi molteplici aspetti.
Il sito occupato dalla città di Cales e il territorio circostante, sono ancora oggi ben conservati, grazie ad un’assetto agrario di tipo tradizionale, toccato solo di recente da opere pubbliche e private e dal latifondo delle monoculture che, promuovendo ampi movimenti di terra per la sistemazione delle culture arboree, possono causare la alterazione dell’aspetto del suolo e dei segreti che ha custodito per millenni.
Ulteriori ricerche e scavi nei siti indicati dalle tavole topografiche, chiariranno i molti problemi ancora aperti, sia per ciò che riguarda la città e la sua organizzazione urbanistica degli spazi pubblici, privati e produttivi, sia per ciò che attiene all’ampio territorio circostante.
Lo studio e la fruizione scientifica e turistica di una città-laboratorio, con una dinamica storica di lungo periodo, come Cales e il territorio che si estende tra Volturno e Monti Aurunci, grazie all’eccellente conservazione, apre nuove prospettive allo studio delle fasi più antiche della civiltà urbana della Campania antica.
Un programma di valorizzazione della città di Cales, ambizioso per la complessità del progetto, richiede impegno finanziario tale da poter essere sostenuto da un consorzio intercomunale tra i centri modernio dell’agro caleno e le strutture statali preposte alla tutela, conservazione e studio dei beni archeologici e culturali.
Nella prospettiva tradizionale dei miei conterranei, Cales,con le sue verdeggianti strade incassate nel tufo grigio, i suoi corsi d’acqua sotterranei, le necropoli di tombe principesche e le statue di divinità e offerenti, di cui si è sempre favoleggiato, delle misteriose grotte dagli inquietanti nomi famosi, era un luogo popolato di spiriti e lemuri dispettosi, custodi tremendi dei segreti del passato.
La conoscenza del Mondo Antico, mediante l’archeologia, non è solo teorica conoscenza contemplativa del passato, ma strumento per pianificare la gestione del territorio, nel rispetto delle comunità che vi vivono e per lo sviluppo delle generazioni future.
Intorno agli inizi dell’VIII secolo a.C., Capua etrusca è un vasto agglomerato di numerose capanne, come Roma e i centri dell’Etruria.
Molti centri della Campania mostrano segnali di contatti con Etruschi e Greci, giunti in Campania per mettere a frutto i terreni agricoli e la posizione geografica della regione, favorevole ai contatti tra Nord e Sud, tra Tirreno e mare Egeo.
Anche Cales conobbe un notevole popolamento che apportò molteplici fermenti culturali.
La fortuna geografica della Campania settentrionale, in cui scorrono Volturno e Savone, e in cui convergono nello stesso periodo gli interessi dei Greci e degli Etruschi, è legata alla feracità del suolo, alla vicinanza al mare, alla navigabilità dei fiumi, alle ricche sorgenti con termali e alla presenza di risorse minerarie.
Furono queste condizioni, fin dalla preistoria, a favorire la formazione di insediamenti stabili.
Cales sorge in zona precollinare di struttura geologicamente composita, con tufiti piroclastiche e formazioni calcaree preappenniniche. L’area si inserisce nel paesaggio geomorfologico della Pianura Campana, caratterizzata, per uno spessore di alcune migliaia di metri, da depositi marini e da deltizi di fiumi primitivi, intercalati con prodotti piroclastici e lavici provenienti da diversi centri eruttivi impostati lungo l’allineamento tettonico regionale che unisce i vulcani di Roccamonfina, Campi Flegrei, Somma-Vesuvio.
In particolare, i tufi grigi compatti, che caratterizzano il sottosuolo su cui sorge la cittadina, furono emessi da edifici vulcanici successivamente sprofondati e ricoperti dai depositi alluvionali della piana campana. Le antiche attività vulcaniche, presenti in pianura, sono testimoniate dalle fosse crateriche lacustri del Lago di Falciano e del Lago delle Corree presso Vairano, che si trovano allineate lungo la faglia che segue parallela la dorsale meridionale del Monte Massico e del Massiccio di Roccamonfina. Anche le sorgenti idrominerali, sparse nel territorio della Campania settentrionale, sia calde che fredde, rientrano tra le manifestazioni di vulcanismo minore prodotte da caldere vulcaniche molto profonde.
Orosio (IV, 4), un autore romano, tramanda che, ancora in età storica, nel 276 a.C., si verificarono fenomeni vulcanici di una cerca importanza.
Riferisce Orosio: “Nei pressi di Cales, si aprì improvvisamente una voragine nella terra e ne uscì una fiamma che, ardendo orribilmente per tre giorgi, coprì di cenere il terreno per molti iugeri “.
Alle spalle del centro abitato di Pignataro Maggiore, si innalzano le colline del Monte Calvento, propaggine verso la Pianura Campana del Massiccio del Monte Maggiore.
La formazione dell’area montuosa Preappenninica risale al Mesozoico, tra il Triassico e il Giurassico, ad un periodo tra i 250 e i 200 milioni di anni fa, per il lento sollevamento del fondo di un mare primitivo, come mostra la conformazione sedimentaria delle rocce di calcare dolomitico che ingloba fossili di organismi arcaici, come trilobiti, turritelle, phacos ed eupatangus.
L’UOMO È CREATORE DI PAESAGGI.
IL PAESAGGIO È UN NODO DI PROBLEMI
La Geografia Umana osserva e studia le modificazioni del paesaggio naturaleprodotte dall’uomo.
L’analisi topografica del territorio osserva e studia i rapporti tra le linee dell’ambiente fisico, composto di habitat naturale e clima, e le stratificazioni orizzontali sulla superficie e verticali, impresse dalle attività dei gruppi umani.
Le stratificazioni orizzontali macroscopiche; viabilità, villaggi, città, attività produttive, forme dei campi, canali artificiali, necropoli, tracciano segni estesi, di ampia incidenza territoriale, osservabili direttamente o mediante le restituzioni della cartografia e della fotografia aerea e satellitare. Le stratificazioni verticali, osservabili con l’aerofotogrammetria e l’analisi elettronica e sismica del terreno, sono indagate con lo scavo archeologico scientifico.
La ricognizione sul terreno, con raccolta, catalogazione, analisi dei materiali riportati in superficie dagli agenti atmosferici o dalle attività agricole ed edilizie, offre spesso evidenze tali da poter formulare ipotesi credibili sull’uso del sito da parte dell’uomo.
Il paesaggio è il prodotto dinamico delle correlazioni tra elementi fisici naturali ed elementi umani artificiali.
La tesi centrale della Geografia Umana sostiene che lo sviluppo della civiltà produce una progressiva sottomissione della Natura all’uomo. L’uomo primitivo era padroneggiato dalle forze della Natura. L’uomo contemporaneo ha sottomesso la Natura mediante la tecnica che gli consente di vivere in qualunque ambiente, di costruire strade traforando montagne e fondali oceanici, di manipolare il nucleo dell’atomo, come della cellula vivente, di coltivare senza terra, di creare nuovi materiali.
Una delle molteplici variabili che intervengono sul territorio, come fattori di cambiamento, è rappresentato dalla pressione demografica. Le strategie di occupazione del territorio, in funzione difensiva, produttiva, viaria, sono determinate, infatti, e determinano la dinamica demografica del gruppo umano e la densità di popolazione sul territorio.
La sopravvivenza di un gruppo umano in un dato territorio richiede strategie di organizzazione sociale e tecniche di gestione delle risorse naturali e dell’ambiente. L’organizzazione sociale, le tecniche produttive, gli spazi per i vivi, per i morti e per le divinità, si imprimono sull’ambiente naturale, modificandone profondamente l’aspetto, trasformandolo da naturale in artificiale.
L’insieme integrato di questi aspetti definisce il grado di civiltà di un gruppo umano.
In senso antropologico, parliamo di civiltà, quando logica, morale e religione offrono all’uomo il quadro sociale di riferimento culturale che controlla l’aggressività dell’istinto dell’individuo. Nella accezione socio-antropologica, la cultura è l’insieme di conoscenze, competenze, capacità,valori morali che assicurano l’identità, la coesione sociale, la sopravvivenza del gruppo umano e che si tramandano nel tempo per tradizione orale e scritta.
La città è la forma più sofisticata ed intensiva di organizzazione dello spazio artificiale. Sistemi sociali ed economici articolati, producono organismi insediativi ed amministrativi complessi. Il grado di civiltà si misura dalle tecniche di organizzazione sociale, di produzione e distribuzione della ricchezza. Il grado di efficacia di una civiltà nel modificare l’ambiente naturale al fine di assicurare la sopravvivenza del gruppo umano, si misura calcolando gli spazi utilizzati e le sue destinazioni; la densità di popolamento; numero, ubicazione, funzioni delle costruzioni; l’ampiezza della rete di comunicazioni, la dinamica nel tempo della crescita demografica.
Le tecniche di organizzazione sociale, si valutano sulla base della profondità gerarchica, l’ampiezza delle competenze politiche, militari, sacre, familiari e pluralità delle strutture familiari, di classe sociale, esercito, fratrie.
MIGRAZIONISTI E FORMAZIONISTI
La protostoria dell’Italia peninsulare copre un arco cronologico di oltre un millennio, dal principio dell’Età del Bronzo, dagli inizi del II Millennio a. C., all’avvento della civiltà urbana, intorno agli inizi del VII sec.a.C..
Quest’ultimo fenomeno, lungo le coste della Magna Grecia, è promosso dalla colonizzazione greca, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C..
Nelle zone interne dell’Italia meridionale, la nascita delle città riflette il differente grado di civilizzazione raggiunto dai gruppi umani, anche in rapporto agli scambi culturali col mondo greco coloniale e col mondo etrusco.
L’Italia centrale, l’Etruria e il Lazio conoscono, dal VII secolo a.C., una brillante civiltà urbana.
Nell’entroterra appenninico e sul versante adriatico continuano a sussistere comunità di villaggio, fino alla fine del VI secolo a.C..
Gli studi sulla protostoria italiana si stanno occupando della formazione dei popoli dell’Italia antica, noti dalle fonti scritte e del lungo processo che portò le comunità primitive dal semplice villaggio alla complessità della società urbana.
All’inizio dell’Età storica, l’Italia, secondo le notizie degli storici antichi, presenta un quadro etnico molto complesso, come risultato di un lungo processo di stratificazione del popolamento.
Il panorama etnico, fortemente articolato, ha condizionato gli studi di protostoria italiana, promuovendo le più disparate ipotesi interpretative sulla dinamica del popolamento antico.
Per lungo tempo e in gran parte ancora oggi, per spiegare la presenza di una determinata cultura sul territoriosi è ricorso alla teoria della migrazioni dei popoli.
Le teorie migrazioniste non risolvono il problema della formazione del gruppoumano, caratterizzato da un patrimonio culturale e linguistico omogeneo,ma ne spostano laricerca della soluzione in un lontano altrove.
In origine l’Italia sarebbe stata abitata da popolazioni denominate convenzionalmente mediterranee, parlanti lingue di ceppo preindoeuropeo.
Successivamente, in un periodo agli inizi dell’Età del Bronzo, tra gli ultimi secoli del III millennio e gli inizi del II a.C., secondo alcuni studiosi o, secondo altri, nell’Età Eneolitica (fase di passaggio tra Neolitico e prima Età del Bronzo, grosso modo nei secoli centrali del III millennio a.C.), sarebbero da collocare gli inizi della indoeuropeizzazione dell’Italia, con ondate migratorie successive, corrispondente ciascuna ai vari rami linguistici indoeuropei, secondo invasioni successive dal nord al sud attraverso le Alpi, oppure da est a ovest attraverso l’Adriatico o da sud a nord attraverso il Mediterraneo.
Successivamente alle prime ondate migratorie indoeuropee, si sarebbero sovrapposti gli Etruschi provenienti dal nord o anche dall’oriente egeo, secondo le fonti antiche.
Molti studiosi hanno tentato di avvalorare archeologica- mente questa o quella ipotesi migratoria, attraverso interpretazioni condizionate dei ritrovamenti archeologici.
Il progresso della ricerca archeologica e una più puntuale critica delle fonti scritte, hanno mandato in crisi le costruzioni del migrazionismo.
La metodologia cronologica ha offerto argomenti solidi per l’inquadramento dei contesti archeologici ed i rapporti reciproci di relazione.
Il Pallottino ha avuto il merito di aver modificato il metodo di analisi dei dati archeologici, osservando le evidenze nella prospettiva della formazione dinamica di una cultura e non secondo la tradizionale teoria dell’origine esterna e l’improvvisa apparizione a seguito di una presunta migrazione.
Abbiamo notato che le teorie migrazioniste non chiariscono la formazione dinamica delle culture e spostano in altri territori la ricerca degli indizi per risolvere il problema della formazione della identità di lingua, cultura, usi, mentalità, che costituiscono i caratteri di una cultura.
Il concetto di cultura è una dimensione dinamica, che può essere comune anche a popoli parlanti lingue differenti. E’ il caso degli oggetti d’uso, dei rituali funerari, delle opinioni e rituali religiosi.
Il principio metodologico alla base della nuova impostazione critica, sottolinea come l’archeologia non possa verificare, se non in rarissimi casi, l’improvvisa origine migratoria di un popolo. Mentre, grazie alla cultura materiale, e alle osservazioni sulle strate-
gie di occupazione del territorio, sulla produzione e sull’economia di consumo e diacqui-sizione delle merci, sugli usi funerari, sulle tecniche litiche, ceramiche metallurgiche, può documentare la formazione di una cultura mediante le sue espressioni materiali osservabili e confrontabili.
Gli antimigrazionisti, che definiamo formazionisti, concepiscono la cultura come un insieme di fenomeni riconoscibili e ricostruibili nel tempo, non come unità ristretta, legata alla sola etnia linguistica.
Le riflessioni teoriche svolte dall’etnologia comparata sulle culture neo-primitive e dall’ antropologia culturale, rivelano che il popolamento di un territorio segue dinamiche mutevoli nel tempo e nello spazio e che fatti culturali comuni possono interessare gruppi umani linguisticamente differenti.
L’archeologia coglie la cultura di un popolo nei suoi molteplici aspetti della vita quotidiana.
L’insieme delle conoscenze, delle competenze, della capacità di risolvere i nuovi problemi posti dalla sopravvivenza del gruppo umano e dalla tenuta della sua identità, sono rappresentate dagli oggetti materiali che sono giunti fino a noi, condizionati dagli usi dell’epoca d’origine, dalle convenzioni sociali e dellecondizione di conservazione nel tempo e di rinvenimento dei reperti.
Mancandoci informazioni scritte dirette, sui resti materiali delle antiche civiltà costruiamo la nostra visione del mondo antico e formuliamo ipotesi di ricostruzione del passato.
Gli antimigrazionisti hanno sostituito al concetto di cultura, troppo unitario, delimitato ed esclusivo di un determinato gruppo umano, quello di facies archeologica, cioè aspetto culturale dinamico ed esteso, che può essere comune a più gruppi etnici, a causa degli scambi di merci e ai matrimoni misti.
Si era osservato come apparenti differenze culturali, che erano state interpretate come segni di differenza etnica, non si coglievano in contesti insediativi caratterizzati da strati di distruzione violenta e da reinsediamenti successivi, ma si coglievano quasi esclusivamente in determinate classi di materiale e per lo più in contesti funerari e sacri.
L’uso funerario, con l’offerta ai defunti di differenti oggetti, è espressione di concezioni religiose e di mentalità, non sempre è segno di differenze etniche.
Gli oggetti offerti ai defunti nelle tombe e gli usi funerari sono espressione della mentalità e delle concezioni religiose che regolano i rapporti dei vivi col mondodei morti. Sono spesso specchio diretto dell’organizzazione sociale e dell’organizzazione
dello spazio dei vivi. Le differenze degli usi funerari, da sole non indicano necessariamente differenze etniche.
Lethne si identifica col linguaggio del gruppo umano, Si può affermare con certezza la presenza, in un dato territorio, di popoli differenti, solo quando i documenti parlanti, le iscrizioni su materiali durevoli, ci confermano la presenza di lingue differenti.
Queste evidenze sono rare in età protostorica. In età preistorica sono assenti del tutto.
GLI ETRUSCHI IN CAMPANIA
STORIA ARCHEOLOGIA E TOPONOMASTICA
DI CAPUA ANTICA
Introduzione
La Campania si configura in modo particolare nel quadro della Protostoria d’Italia, rispetto alle altre aree regionali della Penisola.
Nel Latium Vetus, in Etruria e in Apulia, il processo di formazione dei popoli noti dalle fonti scritte antiche e dei loro caratteri linguistici e culturali, è già in gran parte definito agli inizi del Primo Millennio a.C.
I popoli che risultano dal lungo processo formativo, Latini, Etruschi, Iapigi, si identificano con i rispettivi territori regionali, dove rimasero insediati fino ad età storica e alla colonizzazione romana.
La Campania, al contrario, nel corso del Primo Millennio a.C. e fino alla conquista romana della fine del IV sec. a.C., presenta un quadro etnografico molto articolato per ambiti geografici e per linee cronologiche, così come emerge dalle fonti scritte e archeologiche.
La ricostruzione del Mondo Antico si avvale di due tipi di evidenze: fonti scritte giunte fino a noi attraverso la tradizione amanuense e cultura materiale riportata in luce dalla ricerca archeologica.
Il quadro del popolamento della Campania antica, su un ampio arco diacronico, dall’Età del Bronzo alla conquista romana, per le fonti storiografiche antiche inizia con la menzione degli Ausoni, un popolo che in età storica, all’epoca degli scontri coi Romani, è attestato a Cales (Livio, VIII, 16, 1 e ss.) e nella regione tra i fiumi Liri e Volturno.
In piena età storica l’etnico è attestato come Aurunci, per gli abitanti di Suessa Aurunca, in Campania settentrionale, tra il Monte Massico e il Massiccio vulcanico di Roccamonfina.
Qui l’etnico, per effetto di una lenta modificazione linguistica che ha lasciato tracce nelle fonti scritte, si trasformò da Ausoni ad Aurunci.
L’aggiunta del suffisso ci con la trasformazione in Ausonici e la sincope della vocale i interna e del fenomeno glottologico del rotacismo che mutò la s in r, trasformò l’etnico da Ausoni, ad Ausonici, ad Ausonci, ad Auronci, ad Aurunci.
L’annalistica romana, per la fine del VI sec.a.C., serbava memoria di incursioni e temporanee conquiste da parte degli Aurunci nella Pianura Pontina, a danno dei Latini e di Roma. La capacità di sferrare attacchi militari in un territorio ostile, documenta notevole coesione etnica e politica, identità culturale e organizzazione sociale da parte degli Aurunci.
Alla fine del VI sec. a.C., la migrazione dei Volsci nel Lazio centro-meridionale ridusse gli Aurunci entro i confini nel quadrilatero tra Lazio meridionale, costa tirrenica, Volturno e Monti Trebulani tenuti dai Sanniti.
Ecateo di Mileto, storico greco della fine del VI sec. a.C., definisce Nola e Mamarcina, nel salernitano, come città degli Ausoni.
Strabone, al contrario, considera Nola e Marcina come città etrusche.
Le due fonti si riferiscono a due periodi differenti. La prima riferisce di un orizzonte cronologico più alto della seconda.
Inoltre, la contraddizione tra i due storici si può interpretare come volontà del greco Ecateo di privilegiare la presenza degli indigeni Ausoni, di più antica tradizione, ignorando le novità introdotte dalla colonizzazione etrusca, per deliberata reticenza verso il contributo etrusco al popolamento della Campania. Su questo giudizio filoausone e antietrusco, pesarono i rapporti conflittuali che spesso gli Etruschi ebbero con i Greci, stanziati nella colonia marittima di Cuma, sulle coste della Campania.
Ecateo rispecchia il punto di vista cumano e calcidese, in aperto conflitto con gli interessi sibariti. Sibari, sul Mare Ionio, al contrario di Ecateo, come emerge dalle fonti scritte, considerò amici gli Etruschi, in funzione anticumana e anti calcidese.
Eliano di Preneste (Storia Varia, VIII, 16), autore del II sec.d.C., allude alla autoctonia degli Ausoni, quando, riprendendo una tradizione aurunca, narra che gli Ausoni discendevano dal centauro Mares, tre volte morto e tre volte risorto. Il nome del mitico progenitore, richiama quello della dea Marica, venerata nel santuario poliadico alla foce del Garigliano a Minturnae.
Antioco di Siracusa, storico della metà del V sec. a.C., ripreso da Tucidide, Eforo, Aristotele, proponendo una articolata ricostruzione del popolamento indigeno della Campania, considera gli Opici come i più antichi abitatori della Campania, nel cui territorio i Greci fondarono la colonia calcidese di Cuma (Tucidide, VI, 4, 6), in un periodo intorno alla metà dell’VIII sec. a.C..In questo periodo ha inizio la Colonizzazione greca del Meridione d’Italia.
La regione colonizzata fu denominata Magna Grecia, grande Grecia, a causa della folta presenzadi colonie elleniche che nell’arco di circa due secoli vi si impiantarono.
Antioco, presso Strabone (V, 4 , 3) e presso Aristotele (Politeia, VII, 1329 b), considera gli etnici Ausoni e Opici come denominazioni differenti di uno stesso popolo.
A questa posizione rispose polemicamente Polibio, presso Strabone (V, 4, 3), secondo cui Ausoni e Opici erano popoli differenti.
La prospettiva etnografica di Antioco, un osservatore vicino alla realtà etnica della Campania antica, coglie meglio di Ecateo ed Ellanico, che non conoscono altro che Ausoni, le differenze linguistiche e culturali tra popolazioni che, per la lunga frequentazione reciproca, potevano anche mostrare, ad osservatori esterni, molteplici affinità negli usi quotidiani e nella mentalità.
I Greci percepivano gli Ausoni come indigeni sufficientemente civilizzati dai contatticon i coloni greci ed etruschi.
All’opposto, gli Opici erano visti come poco inclini ai rapporti esterni, e scarsamente inculturati.
Gli storici greci di età ellenistica, conoscono l’etnico Osci, ad indicare una etnia stanziata a Teano, in Campania settentrionale.
Gli etnici Osci ed Opici derivano dalla medesima radice opes, che ritroviamo nel latino opus, cioè attività operosa. Il valore semantico dell’etnico indica gli operosi lavoratori dei campi.
La trasformazione fonetica dell’etnico Opici in Osci, attraverso le mutazioni Opici –Opesci – Opsci – Osci (in Ennio, Annales, Fr. 296 Vahlen), fu parallelo a quello che trasformò l’etnico Ausoni, in Aurunci.
Risulta evidente, in questa prospettiva, che le varie denominazioni, stratificate nel tempo dall’evoluzione linguistica, non indicano necessariamente popoli differenti, bensì l’evoluzione fonetica del nome del medesimo popolo e la sua dinamica storico – culturale indotta anche dai contatti con Greci ed Etruschi.
Questa ipotesi è avvalorata dall’osservazione che Antioco di Siracusa e Tucidide, che scrivono nel V sec. a.C., conoscono l’etnico Opici, mentre, più tardi, nel IV sec. a.C., Timeo di Tauromenio, ripreso poi da Strabone, conosce e introduce l’etnico Osci.
Strabone (V, 4, 3), nel suo excursus sulla Campania antica, distingue nettamente tra Ausoni, Opici e “Un popolo degli Osci”. Il popolo degli Osci, secondo l’interpretazione del passo di Strabone, proposta dal Madwig e accolta da molti studiosi moderni, deve riferirsi ai Sidicini di Teanum Sidicinum, in Campania settentrionale, alle falde del vulcano di Roccamonfina.
Infatti, i Sidicini, che sarebbero, secondo l’interpretazione del passo straboniano, la sopravvivenza degli Osci in età storica, parlavano la Lingua Osca, come provano le iscrizioni di Teano.
Capua etrusca e la protostoria della Campania antica
Secondo la tradizione storiografica greca, di cui abbiamo riferito nel capitolo precedente, Ausoni – Aurunci e Opici – Osci costituiscono gli strati etnografici più antichi del popolamento della Campania.
Le fonti latine, all’opposto, considerano gli Etruschi e non i Greci i più antichi abitatori della regione, dopo gli indigeni Ausoni e Opici.
Agli Ausoni, il primo popolo di cui diano notizia le fonti scritte, secondo le prospettive degli studi più recenti, attribuiamo le manifestazioni della Cultura Appenninica e Subappenninica, per un arco cronologico esteso tra Età del Bronzo Medio e del Bronzo Recente, dal XV al XIII sec. a.C.
Agli Opici, che emergono dalle nebbie del lungo e oscuro periodo dell’Età del Bronzo Finale, tra XII e X sec. a.C., attribuiamo, con una certa attendibilità, le manifestazioni della Cultura delle Tombe a Fossa.
Questo popolo fu responsabile dell’espulsione degli Ausoni verso le isole Eolie e verso il territorio tra i fiumi Volturno e Garigliano.
Le fonti storiche romane introducono nel popolamento della Campania antica una nuova realtà etnica, gli Etruschi.
Velleio Patercolo, storico romano di età tiberiana, autore di una Storia Romana, afferma che gli Etruschi fondarono Capua, al tempo in cui, secondo lo storico Cornelio Nepote, era vissuto il poeta greco Esiodo, in un periodo intorno agli inizi dell’VIII sec.a.C.
E’ possibile che l’affernazione sia stata ispirata dagli ultimi versi della Teogonia di Esiodo, in cui si parla del regno dei figli di Odisseo sui Tirreni – Etruschi.
Tra le informazioni di Velleio e le evidenze archeologiche di Capua antica si osservano coincidenze impressionanti.
La data indicata da Velleio Patercolo corrisponde al periodo in cui la ricerca archeologica documenta a Capua due vasti villaggi con necropoli villanoviane caratterizzate dal rito dell’incinerazione, con l’uso di ossuari di forma biconica e successivamente globulari, tipici della cultura etrusca a noi nota dagli scavi in Toscana e in Emilia.
Il termine di Villanoviano deriva dal borgo di Villanova, presso Bologna, dove, nel secolo scorso, si rinvennero estese necropoli con tombe ad incinerazione, costituite di urne biconiche deposte entro pozzetti chiusi da blocchi di pietra.
Anche Strabone (V. C. 242) afferma che i Tirreni, nome più antico degli Etruschi, fondarono nella Pianura Campana dodici città e chiamarono Capua la capitale.
Della dodecapoli etrusca della Campania facevano parte città note come Capua, Nola, Acerra, Nocera e il centro presso Pontecagnano, in provincia di Salerno, rimasto finora anonimo per carenza di documentazione epigrafica.
Dalle monete conosciamo, inoltre, i nomi di altre città, non ancora identificate archeologicamente, come Velsu, Urina, Velch e Irnthi, di cui è evidente la somiglianza con l’Irno, un fiume del salernitano;
I rapporti di carattere federale tra le libere città etrusche della Campania, oltre a funzioni politiche unificanti, avevano il carattere di confederazione religiosa tra gruppi omogenei per lingua e cultura. Erano forme associative di ascendenza preistorica, valorizzate per influsso delle leghe tra le città greche e trovavano la maggiore coesione nelle feste religiose periodiche che si svolgevano in grandi santuari poliadici.
Per la dodecapoli dell’Etruria propria, il luogo di culto di riferimento era costituito dal Fanum Voltumnae, presso Volsinii.
Il santuario di riferimento comune della dodecapoli campana era costituito, con ogni verosimiglianza, dal tempio di Diana Tifatina, sul Monte Tifata presso Capua.
La Campania e larga parte della Pianura Padana, furono colonizzate dagli Etruschi.
Il controllo dei possessi territoriali, esercitato dalle città-stato confederate in gruppi di dodici, richiedeva anche un certo controllo politico sulle popolazioni circostanti.
In questa prospettiva, il dominio esercitato su Roma, da parte di un dinastia di re etruschi, per oltre un secolo, dal 616 al 509 a.C., era inteso, non solo al controllo della importante via fluviale e del favorevole guado sul Tevere tra l’Etruria e la Pianura Laziale, ma anche al possesso della strada che dall’Etruria interna conduceva verso la Campania etruschizzata.
Le evidenze archeologiche della Cultura Villanoviana costituiscono la manifestazione materiale dell’arrivo in Campania di un primo strato etnico di provenienza etrusca. Vengono denominate anche Protoetrusche.
La Cultura Villanoviana, in Campania, si articola in due grandi gruppi.
Il primo si attesta nell’Ager Campanus, nel territorio di Capua.
A Cales, in Campania settentrionale, l’evidenza del Villanoviano è edita per la prima volta nel presente lavoro.
Il secondo gruppo è attestato presso Pontecagnano, nell’Ager Picentinus, a Sud di Salerno, in Campania Meridionale e nel Vallo di Diano, presso Sala Consilina, tra Campania e Lucania.
Le strategie di occupazione del territorio, da parte dei Villanoviani della Campania Settentrionale di Capua e Cales e da parte dei Villanoviani della Campania Meridionale, di Pontecagnano, privilegiano ambienti caratterizzati da ampie pianure irrigate da corsi d’acqua e ben collegate, intese allo sfruttamento agricolo per numerosi gruppi organizzati.
Lo statico quadro economico rurale dei villaggi degli indigeni e dei primi agglomerati etruschi, tende a modificarsi sotto le sollecitazioni prodotte dai primi contatti con i Greci. Dopo l’esperienza della Precolonizzazione dei Micenei, interrota dall’oscuro periodo del Medioevo Ellenico, successivo alla caduta dei regni micenei, i Greci riprendono a solcare il Mediterraneo e ad attestare colonie agricole e commerciali sulle coste dell’Italia Meridionale.
Cuma, fondata in un periodo intorno al secondo venticinquennio dell’VIII sec. a.C., tra il 775 e il 750 a.C., sulle coste settentrionali della Campania, poco distante dalla foce del Volturno, fu la prima colonia greca d’Occidente in Magna Grecia.
Grazie ai contatti con genti di più antica civiltà e ai contatti commerciali, i centri Villanoviani Protoetruschi della Campania, si trasformarono in dinamici poli di sviluppo.
Ciò ebbe importanti ripercussioni sull’aspetto dei villaggi, l’organizzazione sociale delle comunità, e le necropoli, trasformando la primitiva omogeneità tra gli individui in una prima differenziazione basata sulla ricchezza e le funzioni sociali, politiche e sacerdotali.
Nel mondo Protoetrusco, già in un periodo che precede i contatti con i coloni Greci, si intravedono le prime articolazioni nelle funzioni produttive, con l’emergere di attività artigianali specializzate, nel campo della metallurgia e della ceramica, come si nota osservando il definirsi del carattere seriale delle produzioni, con forme definite ricorrenti nel tempo. Le relazioni con i Greci accelerarono il processo di trasformazione sociale dell’uniforme ambiente rurale, stimolando dinamiche complesse, sia sul piano delle specializzazioni del lavoro, che con l’acquisizione di ricchezza e ruolo politico, da parte degli individui più intelligenti e intraprendenti.
Anche i villaggi si trasformarono. Gli uniformi agglomerati di capanne cominciano a mostrare i primi fermenti preurbani, con una strategia di occupazione dello spazio che teneva conto della distribuzione delle attività artigianali, degli spazi pubblici e delle necropoli.
Le necropoli riflettono l’organizzazione degli spazi insediativi e dei ruoli sociali dei vivi. In questo periodo, la metà dell’VIII sec. a.C., le tombe cominciano a mostrare marcate differenze di ricchezza tra i corredi funerari dei defunti.
I primi contatti col mondo greco, per il tramite dei naviganti e dei primi gruppi che cominciano a sciamare verso l’Occidente, alla ricerca di territori vergini e di metalli, si collocano alla fine del IX sec. a.C..
I primi materiali greci ad essere importati, sono le coppe a chevrons, decorate con le tipiche linee tremule verticali e orizzontali a vernice nera, rinvenute a Capua in Campania e a Veio in Etruria.
Abbiamo già notato che l’orizzonte culturale villanoviano in Campania si articola in due gruppi. Quello Meridionale, nel salernitano, risulta collegato all’Etruria marittima.
Il Villanoviano di Capua mostra stretti rapporti con l’Etruria interna, come evidenziano molteplici osservazioni di carattere archeologico, linguistico, toponomastico.
A Capua, dopo il rito crematorio, le ceneri dei defunti erano raccolte entro olle biconiche deposte in tombe a pozzetto con copertura tufacea o calcarea.
Le olle biconiche trovano confronti con quelle ritrovate a Bolsena, Bisenzio, Vulci, Chiusi, in Etruria interna e in Emilia a Bologna, risalenti ad Età Villanoviana antica, nel IX sec. a.C.
In una fase cronologica di poco successiva, l’olla globulare sostituisce l’olla biconica.
I cinerari di Capua, in forma di olla globulare, trovano riscontri diretti nell’area di Falerii e Capena, in Etruria interna meridionale, dove rappresentano il carattere tipico del rito funerario incineratorio, in un periodo degli inizi dell’VIII sec. a.C.
Il Villanoviano di Capua risulta collegato all’Etruria interna, sia sul piano archeologico, data la comunanza del rito funerario, sia sul piano documentario offerto dalle fonti scritte, dai toponimi e dagli idronimi.
Velleio Patercolo, come abbiamo visto in precedenza, attribuisce la fondazione di Capua agli Etruschi, nell’800 a.C. circa.
Un’altra fonte scritta romana definisce con puntualità l’etnografia di Capua in Età Protostorica e la sua fondazione da parte degli Etruschi.
Festo (p. 464 L.), autore di Età Augustea, che epitoma lo storico romano Verrio Flacco, riferisce:
” Stellatina Tribus dicta, non a campo eo qui in Campania est, sed eo qui propre abest ab urbe Capena, ex quo Tusci profeti, Stellatinum illum campum appellaverunt ”
Traduzione “La Tribù Stellatina è così denominata, non dall’omonimo territorio che si trova in Campania, ma da quello che si trova nei pressi della città di Capena, da cui, gli Etruschi che erano giunti (a Capua), denominarono Stellatino il territorio (attorno Capua)”
La fonte scritta di Festo ci informa in modo diretto che gli Etruschi di Capena fondarono Capua in Campania e denominarono il territorio attorno alla colonia, nostalgicamente come quello della loro città di origine.
Nel caso della fondazione etrusca di Capua, fonti scritte e dati archeologici concordano in modo impressionante nel definire la città come colonia degli Etruschi di Capena.
Il Campus Stellatinus o Stellatis si estende tra Casilinum, l’attuale Capua sul Volturno, antico porto fluviale di Capua antica e Cales posta a 12 Km. a Nord- Ovest.
Basandoci sui dati concordi di fonti scritte e documenti archeologici, circa la provenienza da Capena degli Etruschi fondatori di Capua, ritengo interessante osservare da vicino la cultura della loro città di origine, da cui si incamminarono verso la Campania, alla ricerca di nuovi territori in cui insediare il popolamento in eccesso rispetto alle risorse disponibili per la sopravvivenza.
Più avanti indagheremo le ragioni che spinsero gli Etruschi ad occupare la Campania settentrionale interna e la Campania meridionale costiera e quale ruolo ebbero in questa espansione i rapporti con i Greci euboici che fondarono la colonia di Cuma sul litorale della Campania settentrionale. Capena fu etnicamente composita. Prima di essere etrusca, fu territorio di cerniera tra i Latini della riva sinistra del Tevere e i Falisci; popoli che parlavano la medesima lingua. In età antica, Capena accolse il ver sacrum, la migrazione della primavera sacra, dei giovani Etruschi di Veio, inviati dal re Properzio e che fondarono il celebre santuario del Lucus Feroniae presso il Tevere, come riferisce Catone presso Servio, ripreso da Virgilio nell’Eneide (VIII, 697).
Capena, nel VI sec. a.C., si configura etnicamente come Sabina, per la forte prevalenza etnica dei progenitori dei Sanniti, che poi ritroveremo più tardi come strato di popolamento della Campania appenninica.
Ritornando a Capua, possiamo affermare, dunque, sulla base dei dati in nostro possesso, che un gruppo di Etruschi di Capena, all’inizio dell’Età del Ferro, alla fine del IX sec. a.C., superando il territorio dei Latini nel Lazio e degli Ausoni stanziati tra Lazio Meridionale e Campania Settentrionale, giunsero nella fertile regione del Volturno.
Il territorio, allora come oggi, offriva notevoli vantaggi all’insediamento di un folto gruppo umano e alla nascita di una ricca civiltà potamica.
E’ noto il rapporto tra grandi fiumi e sviluppo della civiltà Sono esemplari i casi delle civiltà mesopotamiche, tra Tigri ed Eufrate, dell’Egitto col Nilo, di Roma col Tevere.
I terreni pianeggianti della Pianura Campana, periodicamente inondati dalle piene fertilizzanti del Volturno, secondo Plinio il Vecchio , Naturalis Historia, autore di Età Romana, consentivano ben due raccolti l’anno. La fondazione in pianura della città di Capua, posta a debita distanza dal fiume per evitare gli effetti distruttivi delle inondazioni, era intesa, come Roma, Veio, Capena, Falerii sul Tevere, al controllo del guado sul Volturno e della via fluviale verso l’entroterra appenninico e verso il mare.
Alla fine del IX sec. a.C., il Mediterraneo cominciò ad essere percorso dalle navi dei Greci che avevano ripreso a solcare i mari dopo il periodo di stasi conseguente la caduta dei regni micenei. Anche gli Etruschi delle città costiere d’Etruria, su esempio dei Greci, si cimentarono con la navigazione, per scambiare i metalli dell’isola d’Elba con le merci di lusso proposte dai Greci.
Gli Etruschi dell’entroterra preferirono muoversi verso il Sud, seguendo il percorso delle vie naturali tracciate dai fiumi e dal profilo dei rilievi preappenninici.
Oltre alle notizie delle fonti scritte antiche e alle strette somiglianze tra i riti funerari e i cinerari per i defunti, anche la toponomastica sostiene la presenza degli Etruschi in Campania, fin da età molto antica.
Il passo di Festo che abbiamo esaminato sostiene la stretta somiglianza tra i coronimi augurali Stellatinus nell’agro di Capena e nell’agro di Capua.
La medesima somiglianza, a ben vedere, sussiste tra i paleonimi delle due città, Capena e Capua, foneticamente affini.
Il tema della fondazione etrusca di Capua da parte di Capena, per la novità e complessità della questione, merita un dettagliato excursus.
Come vedremo più avanti, Capua, nel 471 a.C., fu ridenominata Volturnum, quando gli Etruschi ritennero necessario rivitalizzare la città con nuovi abitanti provenienti dall’Etruria, in modo da arginare i rapporti tesi con i Greci e le pressioni interne degli indigeni Opici.
La città, in quest’epoca, subì anche una profonda ristrutturazione urbana, secondo i principi dell’urbanistica ad assi ortogonali, elaborata da Ippodamo di Mileto, agli inizi del V sec. a.C., quando, in Grecia, le città riflettono il carattere della società democratica, con la equilibrata distribuzione delle attività, della ricchezza, degli spazi pubblici e privati.
Ma ritorniamo alle origini di Capua etrusca.
Il nome antico di Capua è simile agli etnici etruschi Capevane e Capane, attestati a Perugina come gentilizi, le cui radici onomastiche sono Capeva e Cape. Dalla prima forma, per il fenomeno della sincope della vocale interna, in età tardo-arcaica, emersero le forme Capva, in Etrusco e Kapue in Greco, Capua in Latino, Kapuans (come etnico), in Osco.
La forma Cape è la più diffusa in Etrusco, a giudicare dalle varianti di etnici derivati, Capane, Capini, Capate, Capitine, Cafate, In quest’ultimo caso, con la dentale f in sostituzione della labiale p, determinato per influsso italico, come nel nome di persona Apu, spesso attestato come Afu.
Da Cape deriva l’etnico Kappanos e Kampanos, in lingua greca, attestato sulle monete coniate a Napoli, per conto della città, tra la fine del V-inizi IV sec. a.C.
La variante fonetica Kampanos, in Greco e Campanus, in latino, è foneticamente più vicina al latino Campus che all’etrusco Capeva e rinvia non a contatti con Roma, che si affacciò in Campania solo alla fine del IV sec. a.C., ma alla antica componente linguistica latino-falisca nella multietnica Capena, da cui partirono i coloni per occupare le fertili terre della Campania, presso il Volturno.
Un ulteriore dato, molto interessante, conferma il quadro dei rapporti tra Capua e Capena.
Il nome della porta delle Mura Serviane di Roma, da cui esce la via Latina diretta a Capua, è denominata Porta Capena.
A prima vista questo dato risulta molto strano. La via, infatti, non tocca Capena che si trova a Nord e per giunta in posizione opposta rispetto alla direttrice viaria rivolta verso Sud e diretta a Capua.
L’apparente contraddizione si sana pensando alla somiglianza tra i nomi di Capena e Capeva e con l’ipotesi che il primo nome di Capua fosse Capena, come il nome della madrepatria da cui i coloni si erano allontanati in cerca di nuove terre da sfruttare.
Dunque, Porta Capena vuol dire letteralmente Porta Capuana.
Il suffisso ena di Cap-ena, ha origine dal suffisso eno (che vuol dire appartenente a) della Lingua Sabina, aggiunto all’Etrusco Cape.
Abbiamo già notato che Capena fu città etrusca, sabina, latina e fallisca, con un quadro etnografico composito che si riflette sul patrimonio linguistico in cui si integrano molteplici elementi di differente origine lessicale.
Oltre a Capena, altri nomi di città derivano dai nomi di potenti famiglie gentilizie etrusche, come nel caso di Tarchu – Tarchuna – Tarquinia, o come nel caso Velsu – Velina – Velsena. Quest’ultimo caso incida come il suffisso etrusco na e nal, fosse sostituito dal suffisso sabino eno - ena, ad indicare l’apporto dei Sabini nelle città etrusche, come nel caso ben documentato storicamente e linguisticamente di Capena.
I Greci delle colonie campane di Ischia e di Cuma, ellenizzarono il nome etrusco-sabino di Capua, trasformandolo in Capys, e attribuendone la fondazione all’omonimo eroe omerico; in Iliade, XX, 239.
Verrio Flacco, storico romano, interpretò Capys come il cognome del fondatore etrusco della città, di significato equivalente al termine falcus in Latino e spiegò il significato del termine col presunto difetto fisico del fondatore, con gli alluci rivolti verso l’interno, in Paolo, Epitome di Festo, p. 38.
Servio, nel III sec. d.C., quando il termine falco fu impiegato per il falcone da caccia, ritenne che il termine etrusco avesse il medesimo significato e interpretò il toponimo di Capua come città del falco.
Dopo la disamina lessicale sul nome di Capua in ambiente etrusco, ritorniamo a Verrio. La tesi di Verrio, circa la provenienza dei fondatori di Capua da Capena, è sostenuta da ulteriori osservazioni.
Oltre ai toponimi Capua e Campus Stellatinus, anche il toponimo Ager Falernus e gli idronimi Volturno, Agnena, Savone, Clanis, trovano corrispondenti diretti in Etruria, a sostegno della tesi dei rapporti diretti tra Etruschi e Campania, fin dalla Prima Età del Ferro, alla fine del IX sec. a.C.
L’ Ager Falernus, tra Capua e Cales, evoca l’Ager Faliscus e il nome di Falerii.
Virgilio, Eneide VII, 723 e ss., a capo degli alleati di Turno, provenienti dalla Campania settentrionale, pone Halesus, l’eroe eponimo fondatore di Falerii. Il dato della fonte di Virgilio indica che tra la Campania settentrionale e l’area falisco-capenate intercorrevano stretti rapporti, fin da età antichissima.
Lo stesso Halesus è considerato progenitore del re di Veio Monius e di Properzio che contribuì al popolamento di Capena e alla fondazione del santuario del Lucus Feroniae, come abbiamo già visto in Servio, Dan., Eneide VIII, 285.
Anche le fonti mitistoriche utilizzate da Virgilio, alludevano ad antichi legami tra Veio, Falerii, Capena, Capua e la Campania settentrionale.
Volendo serrare le fila del discorso, integrando i molteplici elementi in nostro possesso, possiamo affermare che le origini di Capua devono essere attribuite agli Etruschi di Veio trasferitisi nella Capena latino-falisca, secondo le linee della politica estera del re Properzio, volta alla pacifica integrazione etnica con i popoli vicini. Da qui gli Etruschi si mossero alla volta delle fertilissime terre della Campania, attraverso la via interna per Roma e il Lazio meridionale, dove promossero la fondazione di Capua e delle molte città unite nella dodecapoli campana.
Ricostruiamo, ora, il percorso seguito dai coloni Etruschi per giungere in Campania.
L’Etruria interna, alla destra del Tevere, è collegata alla Pianura Campana settentrionale solcata dal Volturno, da una via naturale che dal Lazio pedemontano, attraverso le valli dei fiumi Sacco e Liri, giunge a Cassino e da qui, per la gola di San Pietro in fine, fino alle pendici del Roccamonfina e al Valico di Torricella sul Savone, presso Cales.
La via naturale interna tra Etruria e Campania, era praticata già all’inizio dell’Età del Ferro. Lo provano le fibule dalla Campania giunte a Colleferro e le anforette capuane decorate con spirali incise arrivate a Frosinone. In senso Nord – Sud, la via fu percorsa da oggetti prodotti a Falerii, giunti in Campania settentrionale. Le coppe con quattro anse e anelli sospesi e la coppa di con statuine a tutto tondo del signore dei cavalli e cavalli, impostate sul bordo, documentano contatti costanti tra il Tevere e il Volturno, attraverso la via interna.
Olle su alto piede, con decorazioni geometriche in rosso su fondo chiaro, da Bisenzio e Vetralla, giunsero a Capua, attraverso la medesima direttrice viaria.
Capua, come le città sul Tevere, da Roma all’Etruria interna e lla Sabina, nacque nel punto in cui il Volturno incrocia molteplici vie naturali di collegamento dal Settentrione al Meridione e dal mare verso l’entroterra appenninico. La via fluviale del Volturno, dal mare verso l’interno e viceversa, in analogia con Roma e Veio sul Tevere, fu solcata dai Greci già alla fine del IX sec. a.C.. I vasi potori di stile medio-geometrico, prodotti in Grecia, documentano l’interesse dei coloni greci di Ischia e Cuma, che si insediano sul litorale campano nella prima metà dell’VIII sec. a.C., verso il mercato di Capua, ricco di prodotti agricoli, della pastorizia e dell’attività metallurgica. La città fu rinomata, fino ad età romana, anche per produzione del bronzo, come documenta Isidoro , Etimologie XVI, 19. Plinio il Vecchio , N.H., XXXIV, 2, riferisce che il bronzo di Capua era estratto da giacimenti locali, il lapis aerosus, la pietra contenente metallo allo stato nativo.
Capua villanoviana produceva ed esportava bronzi di lusso, verso il Lazio e l’Etruria a Nord e verso la Daunia verso il versante adriatico.
Le fibule da parata, a forma di quadrifoglio, con quattro o più spirali, con molte figure a tutto tondo, come l’aratore e il bue aggiogato, la barca solare, la donna con mano al fianco o ai capelli, le anitrelle e i pendagli a vaghi di pasta vitrea e ambra; carrelli muniti di ruote, con scene di caccia al cervo; bacini e brocche, con puntini e borchie rialzate; documentano l’elaborazione di una sofisticata metallurgia specializzata. Questa evidenza, sul piano sociologico, mostra che la società villanoviana, oltre alle differenze tra i sessi, era organizzata già in forma complessa, con artigiani specializzati, dediti alle attività produttive a tempo pieno e non impegnati nell’attività dominante dell’agricoltura.
Un’ altra fonte storiografica romana, Catone, ci informa che Capua era stata fondata dagli Etruschi, nel 471 a.C., duecentosessanta anni prima della presa da parte dei romani avvenuta nel 217 a.C., all’epoca dell’avventura annibalica in Italia e che il suo nome originario era stato Volturnum.
Le informazioni offerte da Catone, confermano la fondazione etrusca di Capua, ma ne abbassano la cronologia di oltre trecento anni rispetto alle indicazioni fornite da Velleio.
La differente cronologia offerta dalle due fonti romane, resta una contraddizione insanabile, o è possibile formulare delle ipotesi per tentare una spiegazione attendibile che riesca a sanare la divergenza di tre secoli?
La ricerca archeologica garantisce che Capua esisteva ben prima della data del 471 a.C., indicata da Catone.
Non conosciamo la fonte antica su cui Catone poggia la cronologia bassa della fondazione di Capua.
Agli inizi del V sec. a.C., l’archeolgia documenta a Capua una profonda ristrutturazione urbana, con assi stradali cittadini rettilinei che si intersecavano perpendicolarmente, secondo un preciso ordine geometrico, a disegnare isolati di forma quadrata, secondo i principi teorici concepiti dall’urbanista greco Ippodamo di Mileto, vissuto tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C. e che si diffusero nella madrepatria, nel mondo coloniale greco e in ambiente etrusco e italico.
In questo periodo il mondo etrusco è in conflitto sia con i Greci delle colonie marittime costriere del Sud Italia, sia con gli Opici indigeni, tenuti nella condizione subalterna di coltivatori. Gli equilibri con i Greci delle colonie occidentali si erano rotti già verso la metà del VI sec. a.C., in occasione dei conflitti sorti per il controllo dell’alto Tirreno, su cui premevano nuovi coloni greci.
Il nuovo scenario politico-militare indusse gli Etruschi a rinsaldare la loro presenza in Campania, trasferendo nuovi coloni a Capua e riorganizzando l’urbanistica della città, più rispondente alle necessità di una società complessa, sottoposta a molteplici pressioni politiche di ordine interno e ed esterne di ordine militare.
LA VIA FLUVIALE DEL SAVONE
Nel corso degli ultimi vent’anni, molteplici ritrovamenti stanno illuminando il quadro archeologico della Campania settentrionale, gettando nuova luce su un panorama territoriale poco noto, che promette sorprendenti sviluppi per gli studi sul popolamento antico e sulle strategie di occupazione del territorio e sfruttamento dell’habitat naturale.
Sul destino opaco di un’area considerata marginale, quando non inutile ai fini della ricerca storico-archeolgica, hanno pesato i pregiudizi di studiosi che avevano arbitrariamente deciso di considerare il territorio tra Volturno, Savone e Massico, come aree marginali, di accantonamento per rozze popolazioni rinserrate in regioni appartate rispetto alle grandi direttrici di sviluppo, fino a quando la conquista romana, a partire dalla metà del IV sec. a.C., non le aveva immesse nel grande alveo della storia dell’Italia antica.
Al pregiudizio di una presunta marginalità del territorio degli Ausoni rispetto alle aree progredite della Campania antica, hanno contribuito molteplici cause.
In primo luogo, le scarse evidenze archeologiche, procurate dall’eccezionale stato di conservazione ambientale del territorio, hanno offerto pochi materiali agli studiosi. Infatti, il pregiudizio classicistico ottocentesco greco e romano-centrico, stimolato fortemente dall’antichistica pompeiana, ercolanese, neapolitana e flegrea, aveva deciso che l’entroterra degli Ausoni primitivi e dei rozzi Sanniti fosse poco degno di attenzione.
Oggi il territorio si va modificando velocemente, con l’effetto della distruzione di evidenze archeologiche preziose per la comprensione dell’area geografica in cui viviamo. Non è più procrastinabile una attenta raccolta dei dati di superficie e la loro elaborazione analitica e generale per la visione d’insieme del quadro della topografia antica della Campania preromana e romana.
Si potrà disporre, così, di un organizzato strumento di consultazione per indirizzare programmaticamente le ricerche, nella prospettiva di chiarire i termini delle problematiche ancora aperte per la ricerca, sia per la gestione ambientale ed edilizia del territorio.
Il lavoro di ricognizione territoriale richiede molta attenzione. Si tratta di raccogliere, catalogare, sintetizzare ed incrociare molteplici dati eterogenei, sia materiali che archivistici e bibliografici. Molto utili ai fini della ricerca sono anche le informazioni riferite da fonti orali di contadini, villici, pastori, boscaioli che conoscono capillarmente il territorio e conservano la memoria di precedenti ritrovamenti inediti
Nuove scoperte stimolano nuove ipotesi interpretative e nuove prospettive di ricerca sui fenomeni collegati al popolamento antico. Gli abitati, le necropoli, i luoghi di culto, le attività produttive artigianali ed agricole, le strade di comunicazione, le modificazioni dell’ambiente naturale prodotte dai gruppi umani, assemblati oggi in sintesi territoriali unitarie in senso topografico, diacronico e sincronico, offrono il quadro dell’assetto del territorio, secondo le strategie della sopravvivenza e dello sviluppo delle comunità antiche che vivevano in Campania settentrionale.
Scopo dei miei interventi è offrire il panorama dettagliato delle conoscenze archeologiche finora emerse e dei problemi storici e topografici che implicano e propongono alla elaborazione ulteriore.
Le prime osservazioni di sintesi ricavate dall’esame delle evidenze raccolte, revisionano in primo luogo il pregiudizio che ha a lungo considerato la Campania settentrionale come area di accantonamento, marginale rispetto alle linee di civilizzazione del popolamento etrusco, greco e romano.
Un aspetto molto interessante è che, a fronte di evidenze archeologiche che rimandano ad un maturo ambiente organizzato, culturalmente evoluto, in grado di dialogare col mondo greco ed etrusco, d’onde importava oggetti vascolari di cui comprendeva le complesse figurazioni mitologiche e usi funerari di tipo simposiaco, il popolamento resta legato alla forma insediativa per abitati di tipo preurbano.
Per quale ragione nel distretto territoriale del fiume Savone il popolamento, nel corso del tempo, resta legato alla forma spontanea del villaggio e non si decide per l’organizzazione urbana degli spazi insediativi privati e pubblici?
Sono presenti tutte le condizioni per una organizzazione di tipo urbano: insediamento stabile e numeroso di lungo periodo; dialogo serrato col mondo greco ed etrusco; presenza di una ricca aristocrazia guerriera e di un ceto sociale dedito alla esportazione di derrate alimentali e alla importazione di vino e prodotti di lusso; la presenza del ricco e frequentato santuario poliadico del Pagliarone.
Molto verosimilmente la ragione è da ricercare sia nella struttura geotopografica del territorio fortemente inciso di corsi d’acqua che non offrono pianori unitari sufficientemente ampi per ospitare una città, sia nella presenza della città di Cales che fungeva da potente attrattore al moto di inurbamento del territorio circostante.
SORGENTI E LUOGHI DI CULTO
IL DISTRETTO SACRO DI TORRRICELLA
N.b. i bronzi del tipo ombra della sera derivano dagli xoana lignei ricavati da rami di una certa lunghezza.
Dove la Via Latina incrocia la via fluviale del Savone, in una zona densamente abitata in età antica, come mostrano le necropoli sparse nel territorio, la presenza di molti luoghi di culto circoscrive un ampio distretto sacro, in cui i santuari sono distribuiti lungo la viabilità e presso sorgenti di acque salubri con virtù curative.
Ancora oggi di abitanti della zona conoscono e usano le virtù termali delle sorgenti sopravvissute alle modificazioni del territorio.
I culti si collocano tutti presso sorgenti e le stipi si trovano spesso in antiche polle d’acqua prosciugate o ancora bagnate.
I luoghi di culto sacralizzano acque salutari con virtù curative della sfera ginecologica.
I materiali archeologici riflettono il carattere della società in cui vivevano gli offerenti.
Le teste e le statue fittili rimandano ad una società di tipo urbano e si datano ad età preromana e durano lungo l’età repubblicana.
Le figure di guerrieri e animali selvatici, come pure le armi, alludono ad un mondo preurbano.
Le statuette di animali selvatici, si riferiscono alla pratica venatoria di cinghiali e uccelli.
Alla mentalità urbana alludono gli animali della sfera domestica, come bovini, ovini e suini.
Alludono alla pratica della guerra le statuine di combattenti e le lance in bronzo e ferro.
Alla pratica e alla ideologia del simposio si riferiscono le coppe, i bacili e gli attingitoi.
Ercole è divinità connessa alle acque.
Vulca esegue a Roma una statua di Ercole, alla fine del VI sec. a.C. (Plinio n h 35.137).
Una Fons Herculis è documentata da Livio (22.1.10) a Caere e indica verosimilmente l’eroe come signore delle acque. Ciò sarebbe attestato anche da gemme e specchi etruschi( Pfiffing, Religio Etrusca).
La figura umana è rappresentata in termini schematici, con un’impressionismo che sintetizza simbolisticamente le parti del corpo.
Sui volti schiacciati emergono le sporgenze di naso, mento e zigomi.
Nella rappresentazione della figura umana, gli arti tubolari e i corpi schiacciati bidimensionali esprimono linguaggi plastici spontanei, con caratteri di marcato primitivismo.
Il termine convenzionale di geometrico sintetizza in maniera chiara la descrizione delle spontanee manifestazioni figurative schematiche delle statuette emerse dai santuari presso le sorgenti sacre che sgorgano lungo il corso del Savone.
Naturalmente il termine non va inteso nella accezione che riveste per la Grecia, ma come categoria sintetica per esprimere lo stile schematico degli oggetti offerti alle divinità delle sorgenti. Il repertorio formale mostra prevalentemente il tipo del guerriero, dell’offerente, dell’uomo della donna e la rappresentazione di animali selvatici e domestici.La figura umana è interpretata secondo un’astratta rappresentazione stereometrica del corpo, priva, nel suo primitivismo, di aspirazioni naturalistiche, ma con una vivacità espressiva che solennizza le pose frontali dei volti severi o rivolti verso l’alto, nell’atto di contemplare gli dèi superi. Alla solennità espressiva contribuisce il carattere quasi metafisico delle opere che ricordano certe espressioni simbolistiche degli artisti postmoderni.L’uomo è caratterizzato da scudo e armi e ne viene spesso accentuata la virili La donna ha la veste fino al bacino.
CAPITOLO I
STORIA DEGLI STUDI
Prima che gli eruditi locali, della cui opera parleremo appresso, iniziassero a studiare con una certa sistematicità le antichità calene, il problema più sentito dai vari autori fu quello della individuazione del sito della antica città nota dalle fonti antiche.
Non vi è opera erudita sull’antico Regno di Napoli che non faccia riferimento a Calvi ed alla sua antica storia.
Già la lettura delle Sante Visite (4) dei Vescovi della Diocesi di Calvi, mostra che si riteneva sicura l’ individuazione del sito dell’ antica Cales nella zona denominata Calvi Vecchia. Tutti gli autori successivi che nelle loro opere si interessarono del problema: Mazzella (5), Summonte (6), Pacichelli (7), Granata (8), affemarono lo stretto rapporto tra Calvi Vecchia e l’antica Cales. Del 1770 circa è il Ragguaglio Istorico della città e diocesi di Calvi del vescovo Zurlo. L’opera, mai data alle stanlpe, ci è pervenuta manoscritta.
Gran parte della storia degli studi su Cales è occupata dalla lunga pole-mica erudita che aspranlente si svolse quasi ininterrotta, tra il 1792 ed il 1835, e che coinvolse anche il nome di Mario Pagano, il noto patriota napoletano che ebbe gran parte nella proclanlazione dell’effimera Repubblica Partenopea del 1799.
Fin da quando l’abbate Mattia Zona di Sparanise ebbe a scrivere la storia patria nel 1792, il barone Antonio Ricca, sotto lo pseudonimo di Angelo Forte gli si avventò contro in certe sue lettere critiche da cui traspariva il disprezzo ed il malanimo verso il concittadino.
Il primo scritto dello Zona è il Saggio lstorico intorno alla città di Calvi e Sparanise. La data è quella dell’agosto 1792.
Il Ricca, il 12 dicembre dello stesso anno, pubblicò il suo primo intervento Lettera I del maniscalco Angelo Forte.al Sig. Don Mattia Zona in proposito del di lui Saggio lstorico intorno alla città di Calvi e Sparanise.
Un seconda e terza lettera seguirono negli anni 1793 e 1794. In risposta, ed a tono, lo Zona pubblicò L’Asino di Vitocchia, Napoli 1794.
Nel 1797 l’abbate pubblicò la prima edizione de L’Antica Calvi, ossia memorie istonche intorno all’antichissima città di Calvi, cui fece seguito, nel 1801, Calvi Regia, ossia dissertazione critico legale suldtploma di Ferdinando IV.
Nel 1801 Angelo Forte si rifece vivo con le Lettere a Don Mattia Zona in proposito del di lui Saggio lstorico.
Del 1803 è dello stesso, La Regia Corte di Calvi, ossia esposizione di un decreto della G. Corte della Vicaria e del S.R. Constglio, in cui sostiene regia la corte di Calvi.
La risposta dello Zona segue nel 1804, Il maniscalco confuso, ossia la Calvi Regta vendicata.
Nel 180810 Zona diede alle stampe la Raccolta di alcune iscrizioni anitiche ritrovate nel distretto della città di Calvi non ancora pubblicate.
Dello stesso anno è Vibio illustrato, o sia breve esposizione di una aniitca iscrizione ritrovata in Casale di Carinola.
Finalmente nel 1820 Don Mattia pubblicò la seconda edizione della storia di Calvi: Calvi antica e moderna, ossia Memorie istoriche dell’antichissima città di Calvi.
La risposta polemica del barone Antonio Ricca non si fece attendere a lungo.
Del 1823 sono le Osservazioni del Barone Antonio Ricca sulla Antica Calvi di Don Mattia Zona.
Nel 1829 il barone pubblicò le Dissertazioni da aggiungersi alle Osservazioni sull’Antica Calvi del Barone Antonio Ricca.
Del 1831 è dello Zona, Calunnia distrutta o sia confutazione della prefazione posta avanti alle due Dissertazioni di Mario Pagano dell’ origine e della Fondazione di Calvi.
Nel 1835 il barone rispose con le Osservazioni sulle Risposte del Sig. Zona, si aggiungono due dissertazioni, III degli Uomini Illustri di Calvi, IV delle cose più celebri di Calvi. La chiusa dell’ opera così suona: ” …con ciò si è dato termine ad una questione erudita sì, perché pose in chiaro tutte le cose di Calvi; ma per l’annosità (e l’amico non cedea) vecchia, brutta e schifosa, la quale con una certa disinvoltura e quasi amicizia è durata quarant’anni e buon pro gli faccia”.
Dopo la lunga e quasi sterile polemica erudita tra il barone e l’abate, la storia degli studi su Cales conosce l’intervento del Novi (9), la cui attività di ricerca pure fu condizionata da una acre polemica con l’allora Ispettore Onorario degli Scavi il canonico Antonio Iovino di Camigliano.
Del 1922 è un intervento di Picillo (lO) sulla storia della città.
Del 1961 è una brevissima Relazione Preliminare sugli scavi di Cales (11) che rese noti parzialmente gli scavi effettuati l’anno precedente.
Nel 1981 è stato pubblicato un lavoro sulla storia della città in età romana ad opera di G. Carcaiso (12).
Note
1) In Bollettino d’Arte XLVI, pp. 258-260, 1961.
3) Su un co1Tedo etrusco ritrovato a Cales e custodito nel Museo Nazionale di Napoli, ~ in Rendiconti del/’Accademia di Archeologia Lettere e Bel/e Arti di Napoli, pp. 221- 239, Napoli 1972:
4) Sante Visite dei Vescovi del/a Diocesi di Calvi, dal 1583 al 1800, conservate presso ~ l’Archivio Vescovile di Pignataro Maggiore.
5) Descrittione del Regno di Napoli, pp. 30 e ss., Calvi Città, Napoli 1601.